Torino Internazionale | L'insostenibile leggerezza dei giovani artisti

2004/3

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEI GIOVANI ARTISTI
Pierluigi Sacco, Università di Venezia


Nel mondo dell'arte, si parla di Torino come di un sistema particolarmente vitale. Diversamente da altre città italiane con una identità riconosciuta nel mondo dell'arte, ma monopolizzata in una certa direzione, Torino ha tutto ciò che serve per emergere. Tuttavia alcuni fattori impediscono ai sistemi artistici italiani di concorrere con quelli internazionali.


Una ricerca commissionata dal DARC (Direzione Generale per l'Architettura e l'Arte Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali) e dal Ministero degli Affari Esteri a Walter Santagata e Michele Trimarchi ha valutato la percezione dei giovani artisti italiani all'estero. Nell'ambito dello studio, mi è stato chiesto di confrontare 6 città - New York, Los Angeles, Londra, Berlino, Parigi (centri principali dell'arte contemporanea mondiale) e San Paolo del Brasile (dove è presente una comunità italiana significativa) - per verificare l'interesse verso gli artisti italiani. Intervistando un campione di galleristi, critici, artisti e operatori, ho appreso che soltanto a Parigi - città legata all'Italia per ragioni storiche, culturali e geografiche - gli artisti italiani continuano a trovare una collocazione interessante mentre mediamente la loro immagine è molto debole: "Ci davano l'idea di essere poco professionali; mediamente erano piuttosto arroganti; non avevano la minima conoscenza della scena locale in cui andavano a lavorare; ci facevano impazzire con l'organizzazione della mostra".


In secondo luogo la presenza di artisti italiani nei progetti curatoriali internazionali è limitata, se si escudono i casi in cui il curatore sia italiano. La norma è che gli artisti italiani hanno curricula internazionali di scarso peso, fin dalla fase iniziale della carriera.
In terzo luogo, come si vede dal curriculum dei giovani artisti americani, un peso notevole è dato alle esposizioni in spazi non profit nazionali e in musei universitari (quest'ultimo è un mondo del tutto inesplorato, con budget bassi ma forti potenzialità di sperimentazione). In questo senso, il dato più interessante è che, contrariamente a quanto si dice, in America non tutto passa attraverso i canali economici privati delle gallerie e il loro peso, nei curricula di giovani artisti, non supera il 50%. In Europa, nell'area tedesca giocano un ruolo rilevante per la capacità di scouting le Kunsthalle, mentre in Francia è relativamente scarso il peso dei FRAC (Fonds Regional d'Art Contemporain) mentre è elevato quello delle gallerie straniere. Tornando al caso italiano, da noi il peso delle gallerie supera il 75%; quello di musei e spazi non profit va sotto il 5%, per cui rivolgersi alla galleria diventa una condizione senza reali alternative.


Il caso italiano presenta un'altra peculiarità. Alle numerose mostre di artisti internazionali organizzate qui da noi non corrisponde la stessa attenzione verso i nostri artisti all'estero: il flusso dunque non è bidirezionale. Le gallerie da sole non sono in grado di equilibrare il sistema, in parte perché non hanno i mezzi economici, in parte perché non è comunque il loro ruolo. Un sistema interamente basato sulle gallerie non è sostenibile a lungo termine, perché implica che gli artisti trovino subito acquirenti, innescando un circolo vizioso: i collezionisti si ritrovano a investire su artisti che non hanno uno sbocco adeguato sul mercato internazionale, dove gli stessi lavori hanno quotazioni minori di quelle praticate in Italia. Per uscire dall'empasse, occorre prima di tutto limitare l'autoreferenzialità, fare networking, costruire collaborazioni con altri paesi. Il vero problema, infatti, è creare un sistema di relazioni di lavoro stabili (per esempio con progetti di residenzialità rivolti non soltanto agli artisti ma anche ai curatori) e sostenere spazi non profit dove l'artista possa sperimentare senza vincoli di immediata vendibilità.


Un altro elemento potrebbe essere introdurre le open call (come avviene in casi americani importanti come il Walker Art Center di Minneapolis o il PS1) mettendo in piedi, in occasione di determinati progetti espositivi, un comitato di selezione per vagliare progetti proposti da artisti di tutto il mondo, senza che essi vengano necessariamente introdotti o presentati. In un sistema aperto, basta che il 10 % di quei progetti sia buono per produrre un risultato eccellente.