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“O si cambia o tra dieci anni sarà crisi vera”

La Stampa - 29/05/10

Mai sopra le righe, ma questa volta lo storico e economista Giuseppe Berta si lascia andare: «E’ il declino economico. Stiamo consumando il capitale; il quadro è desolante. Se va avanti così tra dieci anni saremo messi davvero male».

L’analisi dei dati dimostrerebbe una particolare debolezza del terziario. E’ d’accordo?
«Sì. Il terziario in Piemonte è fatto da una miriade di imprese che tali non sono, bassa qualità del capitale umano, bassa tecnologia, bassa internazionalizzazione».

Pessimo quadro, ma è tutto così? E perché?
«Ci sono tante ottime aziende che affrontano settori nuovi come il digitale. Ma la realtà è che nella transizione di fine secolo scorso, il terziario è stato una spugna, ha assorbito lavoratori. Un effetto tampone, non sviluppo».

Perché in Lombardia è andata diversamente?
«Perché il Piemonte è una vera regione industriale transitata nel terziario senza crederci. Noi continuiamo a chiamare terziario il lavoro di singole persone che si sbattono per riuscire a sopravvivere».

L’industria, conta solo per il 30% del Pil, è ancora così importante?
«L’industria è il rapporto con il mondo. Senza la nostra bilancia commerciale sarebbe passiva. Il 70% di Pil del terziario piemontese, invece, è fatto solo alla domanda interna, non esporta».

Ma l’industria sarà leva dello sviluppo?
«Certo. Poi naturalmente ci vuole tutto il resto, che invece manca. A Boston ovunque sei connesso Wi-fi, a Milano stanno pensando di farlo in tre quartiere, a Torino non se ne parla. Che devo aggiungere?».

Tra dieci anni la situazione sarà peggiore?
«Se si resta fermi di sicuro sì. Saremo più poveri. E’ già grazia se la Fiat manterrà qui la testa almeno per l’Europa; se non accade siamo finiti. Nuove grandi imprese non ne nascono. Cerchiamo almeno di tenerci quelle che ci sono».

E che altro si può fare?
«Dico una cosa che non piacerà: investire sui giovani stranieri. Figli i piemontesi ne fanno pochissimi, la regione invecchia. Dobbiamo investire sui nostri giovani e sulle seconde generazioni, renderli italiani in fretta. Hanno doti di dinamismo. Possono, forse, invertire la spaventosa dinamica demografica del Piemonte che rischia di essere popolato da ultraottantacinquenni a basso reddito».

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