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"Torino conta meno nelle strategie; la scelta della Serbia ne è la prova"

la Repubblica - 22/07/10

«La volontà di assegnare la produzione del nuovo monovolume alla Serbia genera sicuramente qualche punto interrogativo sull´importanza di Torino nelle strategie dell´azienda». Lo storico dell´industria Giuseppe Berta commenta così la notizia che una delle produzioni su cui i sindacati contavano di più per il rilancio di Mirafiori sia invece destinata a uno stabilimento estero.

Professore, quindi tutti quei discorsi sulla "testa" della Fiat che rimane sotto la Mole erano parole al vento?
«Un gruppo globale come la Fiat di oggi non può avere la testa solo a Torino. Semmai può averla anche a Torino, come quartier generale europeo. Da questo punto di vista il consiglio d´amministrazione svolto in America ha un significato inequivocabile. Ed è importante perché è negli States che Marchionne giocherà la partita più importante».

Cosa intende dire?
«Che l´ad ha bisogno di riportare Chrysler in borsa. E poi dovrà trovare un nuovo socio per quando il sindacato americano uscirà dalla compagine azionaria. Per fare queste due operazioni, Marchionne ha bisogno di dimostrare che il colosso americano è sulla via del risanamento, quindi nel prossimo anno si concentrerà soprattutto su quel fronte. È un bel gioco d´incastri, da concludere in tempi stretti».

Questa avventura a stelle e strisce non creerà una disaffezione da parte di Torino?
«Certamente, ma è un processo già realizzatosi da tempo. Ormai i torinesi non pensano più che il loro futuro sia nelle mani della Fiat, come invece accadeva 30 o 40 anni fa. È un´attività importante, ma non quella che può risolvere tutti i problemi del territorio».

Prima o poi il Lingotto avvierà la trattativa sindacale anche sullo stabilimento di Mirafiori. Teme un nuovo caso Pomigliano?
«Dipenderà dalle produzioni di cui si andrà a discutere. Mi sembra che Marchionne stia adottando un modello di relazioni industriali molto americano. Vedremo se sarà possibile applicarlo all´Italia».

Le organizzazioni sindacali statunitensi e italiane sono così diverse?
«In America c´è un sindacato unico, che è forte, autorevole e gerarchico, che fa valere la disciplina al suo interno e ad esempio punisce le strutture che portano avanti azioni di sciopero non concordate. Ma questa non è la realtà italiana, che invece è caratterizzata da competizione sindacale e polarizzazione. Questo implica una ridefinizione dei rapporti: il contratto di lavoro nazionale perde consistenza, in favore di un contratto di gruppo».

La cassa integrazione non diminuisce, il saldo del premio di luglio salta, il monovolume va in Serbia. Crede che il clima sociale si surriscalderà?
«C´era uno schema nel passato: la Fiom non firmava ma poi rientrava in un secondo tempo, quasi di soppiatto. A giudicare dall´orientamento che prevale attualmente mi sembra che la situazione sia diversa. Oggi c´è una discriminate tra chi accetta e chi non accetta».

Ste. P.

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