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La cultura ai tempi della crisi

La Stampa - 12/12/08

Crisi, tagli, cultura. Sembrano passaggi inevitabili, in tempi cupi come questi. Come scontate sono le proteste degli addetti ai lavori, dai sindaci all’ultimo violino dell’orchestra. Eppure, il dibattito sui criteri dei risparmi necessari per far fronte ai ridotti finanziamenti governativi per la cultura e lo spettacolo, può essere utile anche per una riflessione che supera la necessità congiunturale. L’andamento della discussione si può sintetizzare semplificando e banalizzando le posizioni di Alfieri e di Oliva, l’assessore comunale e quello regionale.

Il primo punta alla concentrazione delle risorse sui grandi eventi che Torino riesce ad offrire alla platea nazionale e internazionale. Il secondo ricorda che è importante anche quella cultura diffusa sul territorio piemontese che, oltre al valore del livello artistico, garantisce anche una specie di welfare intellettuale, se non economico, a un grande numero di cittadini.

Al di là della diversa responsabilità amministrativa che ovviamente giustifica, almeno in parte, il differente grado di priorità che suggeriscono queste due impostazioni del problema, è evidente l’impossibilità di una radicale scelta. Perchè, in una concezione moderna della cultura, qualità e fruizione sono requisiti entrambi indispensabili. In tempi di abbondanza è certamente più facile accontentare i patiti della prima e anche i fautori della seconda. Ma la magrezza dei bilanci potrebbe costringere a individuare un nuovo modo di conciliare le due esigenze: la verifica dei risultati.

Nel mondo intellettuale, basta parlare di “risultati” per suscitare subito diffidenze, ironie, proteste. E’ naturalmente vero che la cultura non è un’azienda, da valutare con norme contabili. Ma siamo proprio sicuri che non sia misurabile, seppur con criteri diversi, la ricaduta, in termini di efficacia e valore culturale, di un finanziamento per uno studio storico, per una spettacolo musicale, per un’opera teatrale, per una scuola di ballo? Poichè l’era delle elargizioni, sia per motivi di puro mecenatismo sia per interessi clientelari, si è chiusa da un pezzo, si potrebbe concepire la politica culturale in modo diverso, passando dalla logica del contributo a quella del contratto.

La prima si collega a un criterio assistenziale, la seconda a un impegno di partnership sui risultati. I metodi di valutazione saranno pur complessi, ma forse, di questi tempi, è l’unico modo per evitare che la nostra cultura si esaurisca, da una parte, nella “prima” al Regio e, dall’altra, con la sagra delle rane.

Luigi la Spina

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