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Cultura: il costo dei tagli

La Stampa - 16/12/08

Un ente pubblico nazionale o locale che taglia la spesa per la cultura e un privato che non investe in cultura pagano dei costi per sé e per il territorio in cui operano che, al momento di scelte dolorose, devono essere molto chiari a chi le decide e all'opinione pubblica.

Anzitutto si risparmia davvero poco, perché la cultura è una spesa molto piccola in valore assoluto rispetto ad altre voci di spesa. Inoltre la cultura (con la sua sorella comunicazione) è tradizionalmente un settore sottofinanziato, qualunque criterio contabile aziendale si usi, e perciò i tagli incidono quasi immediatamente sul vivo, conducendo rapidamente alla soppressione del servizio. Ciò rende spesso ideologica la contrapposizione tra la cultura e altre spese. Inoltre si tratta di una spesa molto efficiente: un'intera mostra, una biblioteca aperta un anno, uno spettacolo teatrale, fruiti da migliaia di persone, possono costare quanto appena un mese di leasing di un robot industriale, mezzo metro di asfalto, il solo studio di fattibilità di una grande opera, che non risolvono nessun problema. Invece sSembra sempre che si spenda chissà quanto. Eliminarla ha questa prima voce di costo: produce un' immagine di declino e crisi, rafforzata dal messaggio di mancata possibilità e volontà di reazione positiva dei suoi attori.

Torino torna indietro agli anni 80 del declino più profondo, distruggendo un'eredità preziosa delle Olimpiadi. Napoli è reinghiottita dai suoi rifiuti. La seconda voce di costo è la perdita secca di prodotti e servizi ormai necessari al benessere della popolazione, che a Torino e non solo negli ultimi anni hanno goduto crescente successo e consenso. E di quei consumatori aggiunti alla popolazione locale che sono i turisti. Le uniche alternative di consumo culturale che restano sono fare le vasche nei centri commerciali e imbottirsi di televisione, vince il modello Serravalle Scrivia. Di formazione, di educazione del gusto, di cittadinanza attiva, di emozioni nuove non parliamone più. E poiché i servizi culturali costano poco o sono gatuiti, i più colpiti saranno tutti coloro che guadagnano meno di 1000 euro al mese, a cominciare dai giovani più istruiti ma poveri che affollavano finora musei, mostre, biblioteche civiche, eventi, cui restano solo le alternative anzidette. La terza voce di costo è la perdita dei posti di lavoro che erogano il servizio, prima i precari poi gli stabili poi l'indotto di ditte e cooperative: non pochi intellettuali ad alta visibilità, ma molti bibliotecari, archivisti, allestitori, custodi, impiegati amministrativi e contabili, fotografi, grafici, attori, registi, informatici dei media e delle reti, pubblicitari e comunicatori, autori e creativi, ossia migliaia di quei lavoratori della creatività e della conoscenza tanto osannati fino a ieri mattina come portatori della innovazione e dello sviluppo.

L'alternativa è restare arretrati e ripiegati su se stessi, e pagarne i costi.

Sergio Scamuzzi, presidente Istituto Gramsci

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