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Se all'estero scoprono l'"altra" città

la Repubblica - 04/01/10

Nient´altro colpiva la loro fantasia se non le ciminiere che pure erano scomparse da parecchi anni. I musei, i castelli, le piazze, i caffè, la cultura in generale, erano come entità invisibili o comunque non avvistate, sopraffatte da quell´immaginario comune che si concentrava soltanto sulla città-fabbrica. Quattro autorevoli giornali, ultimo in ordine di tempo il Wall Street Journal dopo Financial Times, Die Welt e New York Times, si sono occupati in tempi recenti di Torino. Lo hanno fatto in modo assai diverso dal passato, quando nei loro reportage descrivevano la città come la company town degli Agnelli e, nella migliore delle ipotesi, la indicavano ai loro lettori come un luogo «near Milan», per dire vicino a Milano e basta.

Al punto che persino scrittori come Gabriel Garcia Marquez e Octavio Paz sconsigliavano al loro amico e collega Alvaro Mutis un viaggio a Torino dove non c´era molto da vedere oltre il paesaggio industriale.
Ora quattro giornali di prestigio mondiale hanno cambiato registro «scoprendo» una Torino mai sinora esibita con parole tanto lusinghiere all´opinione pubblica internazionale. Hanno detto bene di questa città e lo hanno fatto in contemporanea con la descrizione di un´Italia poco raccomandabile per la sua conduzione da parte di un governo di cui hanno descritto impietosamente vizi e inadeguatezze. Hanno tenuto Torino fuori dal mazzo e questo ha contribuito ad accentuare in modo ancor più visibile i suoi meriti. Sono andati alla ricerca puntigliosa di una città e della sua storia proponendola per quella che è e che per alcuni aspetti era sempre stata sol che si fosse voluto vedere ciò che, per la verità, non era facile individuare dietro la cortina non solo delle fabbriche ma anche di una troppo prolungata incuria per effetto della quale essa aveva progressivamente perduto interesse diventando un luogo privo di fascino e tutto sommato un po´ triste.

E allora che cosa è cambiato? La convinzione più diffusa è che a rimettere Torino all´onore del mondo abbia contribuito la spinta che essa ha avuto la capacità di darsi in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006. In questo c´è del vero, ma non è tutto. Certamente quell´evento, sfruttato e gestito dalle istituzioni locali come un´opportunità irripetibile, è servito a imprimere alla città un passo che aveva perduto da molti anni, smarrita e impigrita nei meandri di una crescita erratica e mai affidata a una progettualità pensata e gestita. E´ stata quella una scossa salutare che ha sottratto Torino a una sorta di rassegnazione nella quale aveva indugiato fino agli ultimi anni del secolo scorso.

Le Olimpiadi sono servite a farle ritrovare il ritmo perduto ma è di tutta evidenza che non si può vivere per sempre di Olimpiadi. La crisi economica si è brutalmente incaricata di rammentarlo a quanti lo avessero scordato o non avessero messo in conto il rischio di un appannamento e di un ritorno al passato. Nessuno può infatti ignorare che dietro la facciata luccicante descritta dai già citati giornali esista una realtà che è fatta di aziende in crisi, opere pubbliche al palo, povertà in preoccupante aumento come non lo si era mai vista negli anni in cui Torino era grigia e priva di quel appeal che da qualche anno l´ha inclusa nei circuiti turistici. C´è insomma l´altra faccia della luna che i reportage trascurano o non vogliono vedere così come in passato si ostinavano a non voler vedere Palazzo Carignano o il Museo Egizio quando puntavano i riflettori solo sulle periferie industriali.

Proprio per questo è bene che nel dossier del 2010 le amministrazioni locali provvedano a mettere in evidenza questo problema. La ripresa economica dovrà costituire la priorità. Si dovrà bloccare la contabilità perversa dell´aumento delle aziende in crisi e dei disoccupati, cancellando il poco invidiabile primato dell´area con il maggior numero di ore di cassa integrazione. Non sarà un´operazione facile e neppure scontata, ma si dovrà provare con ogni mezzo, recuperando la marcia che nei primi anni di questo decennio ha consentito la svolta e la trasformazione di Torino in una città internazionale.
E´ questo un compito della politica intesa come motore di governo. E qui il discorso si complica a meno che non si voglia accettare supinamente l´idea che i problemi siano esclusivamente da imputare alla crisi. Non è infatti così ed è bene prenderne atto se si vuole riprendere la strada di uno sviluppo non effimero e di facciata. In caso contrario il rischio inevitabile è che in breve tempo si finisca col dissipare quel patrimonio che ha bene impressionato media come Wall Street Journal, Financial Times, Die Welt e New York Times convincendoli a dire bene di Torino e a non confinarla in un posto near Milan.

Salvatore Tropea

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