Torino Internazionale | Stampa

Stampa

«Il nostro Rivoli aprirà a immigrati e irregolari»

Corriere della Sera - 02/02/10

Potrebbe fare meglio, molto meglio: classico modo di dire della maestra al suo studente più dotato e più svogliato. Ma, in fondo, vale anche per il Museo del Castello di Rivoli: quasi 140 mila visitatori all'anno (gli ultimi dati parlano di 137.520, di cui una buona parte in arrivo dalle scuole e quindi francamente «un po' pochini») per una collezione fatta di oltre trecento pezzi e di più di tremila video, una collezione affascinante e bellissima, inventata nel 1984 «per documentare i momenti cruciali dello sviluppo dell'arte contemporanea in Italia dalla fine degli anni Sessanta a oggi». Un viaggio che fisicamente spazia tra i resti del progetto dello Juvarra e la reinvenzione della Manica Lunga, tra opere e artisti celebri persine ai non addetti ai lavori. Da Novecento di Maurizio Cattelan (il cavallo appeso in una stanza piena di stucchi) al Fiore caduto di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen (il grande fiore rosso che riempie una delle sale sabaude). E ancora: l'Hor-tus Condusus di Mimmo Paladino, i Pannelli e torri con cotori e scarabocchi di Sol LeWitt, la Macchia III di Gilberto Zorio. Una collezione ricca e sempre modernissima, che potrebbe (e dovrebbe) fare molto di più: essere conosciuta di più, essere più vicina alla sua Torino (per arrivarci ci vogliono una ventina di minuti di taxi, la metropolitana che avrebbe dovuto collegarla al centro si è bloccata molte fermate prima), attirare più visitatori (la media per i musei italiani è di 170 mila all'anno).

«Vogliamo allargare il nostro pubblico, ma non vogliamo diventare un'altra Disneyland, non vogliamo svenderci solo per qualche biglietto in più»: questo il primo impegno di Andrea Bellini e Beatrice Merz, freschi di nomina alla direzione del Castello di Rivoli dopo una sequela di polemiche e veleni: l'addio della storica direttrice Ida Giannelli (per 18 anni a Rivoli); la nomina prò-tempore di Carolyn Christov-Bakargiev; la presidenza a Giovanni Minoli; la scelta di una doppia direzione (la prima in Italia sul modello del Palais de Tokyo di Parigi) divisa tra il favoritissimo Bellini e Jens Hoffmann (che prima accetta e poi nega di aver mai accettato). Fino all'ultimo atto: Bellini resta (al suo posto ad Artissima è stato nominato Francesco Manacorda) e viene affiancato da Beatrice Merz, figlia di un grande dell'Arte povera come Mario Merz e già presidente della Fondazione Merz.

Dopo questi antefatti, tumultuosi, è ora arrivato il momento dei progetti, che Bellini e Merz anticipano al «Corriere» passeggiando tra un Cucchi, un Kosuth e un Igloo firmato (guarda caso) proprio da Mario Merz. Prima di tutto i ruoli: «Mi occuperò delle mostre e delle iniziative», dice Bellini, classe 1971, laureato in Filosofia, specializzato in Storia dell'Arte all'università di Siena, appassionato di archeologia, già tra le colonne della rivista «FlashArt», sponsorizzato da Samuel Keller (patron di Art Basel poi passato alla Fondazione Beyeler), dalla Regione Piemonte (tra i finanziatori del museo) nonché dalla stessa Giannelli. La Merz chiarisce: «A me toccherà la collezione e la didattica».

All'apparenza i due sembrano assai diversi per non dire distanti: più gioviale e piacione lui, gessato e cravatta multicolore di maglina; più posata e riflessiva lei, tutta in scuro e sciarpa profondo rosso, che indica con orgoglio "Senza titolo", undici fotografie in bianco e nero realizzate dal padre nel 1972 che ce la raccontano bambina mentre legge un libro in mezzo a tanta gente che mangia e beve. Non una parola su Hoffmann. La convivenza? «Stiamo lavorando bene, come abbiamo già fatto per la mostra su De Dominicis. D'altra parte i nostri ruoli non saranno rigidi».

All'ombra dell'immancabile cavallo di Cattelan si concretizza il problema di dare a Rivoli una nuova identità, cercando di superare (senza rinnegare) certe presenze che fanno parte della sua storia. Come, appunto, Cattelan (alla biglietteria c'è subito il suo "Bel Paese", poco oltre il bambino inchiodato al banco di "Charlie don't surf"). «Dobbiamo trovare altre strade», assicurano Bellini e Merz. Sì, ma quali? «Ad esempio valorizzando la realtà dei migranti dietro cui si nasconde ormai un mondo anche di poeti e di artisti». Per loro è già idealmente pronta una mostra («tutti i programmi partiranno a primavera inoltrata») e un'altra sul «doppio» nell'arte: dalla semplice replica al «furto» di ispirazione (intanto fino al 5 aprile il museo ospita una antologica su Gianni Colombo).

La svolta per Rivoli (settemila metri quadrati di spazio espositivo) sembra trovarsi però in un ambito più letterario, nell'idea di trasformare il castello in un laboratorio «non solo d'arte». A questo serviranno congressi-happening (tre-quattro giorni) dedicati ai grandi irregolari: Emilio Villa (artista, poeta, biblista, intellettuale, fondatore di riviste e promotore delle avanguardie), Emile de Antonio (regista e produttore vicino a Jasper Johns, Rauschenberg e Warhol), Lawrence Weschler (autore di «non flction creativa»), Mario Mieli (l'intellettuale autore di "Elementi della crìtica omosessuale"). La scelta degli irregolari è legata a una frase di Pontiggia presa a modello da Bellini: «Il futuro si fonderà sulle riserve invisibili». E poi: il ciclo «Library Work» («Inviteremo gli artisti a parlare di storia dell'arte. Ci piacerebbe uno come Mike Kelley»); un Festival sulle immagini in movimento («Tomas Schutte potrebbe parlare della Sottile linea rossa»).

La stoccata finale, Bellini la riserva infine a chi lo ha accusato di essere troppo vicino al mercato (vista la sua precedente esperienza con Artissima): «Hanno appena nominato il nuovo direttore del Moca di Los Angeles, un museo che proprio come Rivoli sta cercando nuove strade. Guarda caso hanno scelto Jeffrey Deitch, un gallerista. Perché? Perché i galleristi sanno molto meglio di tanti altri curatori ingrigiti dove sta realmente andando il mondo dell'arte».

Stefano Bucci

Ricerca Tematica

Ricerca libera

/ /