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Torino tra sogni realizzati e vizi antichi

Il Sole 24 Ore - 08/02/10

«Lo sai? All'estero non ho più bisogno di spiegare da dove arrivo. Conoscono tutti qual è la mia città. Oggi la posso chiamare Torino, in italiano, e non Turin, in inglese. Un valore straordinario, che rimarrà nel tempo». Sorseggiando un caffè, alla fine dell'estate 2006, Andrea Pininfarina raccontava come stava vivendo l'effetto delle Olimpiadi invernali sotto la Mole. «È scattato un radicale cambiamento culturale e di mentalità. Entusiasmante: deve essere portato avanti dalle istituzioni, ma anche da ogni cittadino. Occorre - s'infervorava - che diventi un costante approccio quotidiano alla nuova concezione di una città e di un territorio moderni ed europei».

Due anni dopo se ne sarebbe andato per sempre, troppo presto, per un maledetto incidente in moto. Chissà, adesso, lui che era anche maestro di sci a Sansicario, come valuterebbe la situazione. C'è chi sostiene che la mutazione positiva si stia esaurendo e che lo spirito olimpico stia evaporando in tanti piccoli fallimenti. Certo, corrono tempi grami. L'onda della crisi sta colpendo duro; pure Toro e Juve sondano gli abissi della classifica. Tra il 10 e il 26 febbraio 2006, invece, la fiaccola olimpica (design firmato Pininfarina, peraltro) ardeva ovunque: si sentivano i primi effetti della cura Marchionne in Fiat; la produzione manifatturiera si stava riprendendo, le madamine torinesi uscivano di casa impellicciate e con i mariti strappati alle pantofole per i concerti di Gianni Morandi e le premiazioni in piazza Castello, tornando poi a casa oltre mezzanotte eccitate come ragazzine.

«Siamo seri», sbuffa Valentino Castellani, ex primo cittadino della Mole e poi presidente del Toroc, il Comitato organizzatore di Torino 2006 (sua vice era l'iperattiva Evelina Christillin, ora alla guida del Teatro Stabile). Castellani sta preparando la valigia; tornato all'attività accademica al Politecnico, è in partenza per Vancouver: «L'adrenalina di quei giorni resterà irripetibile. E quell'entusiasmo - precisa - resterà nei ricordi, per forza. Se però lo spirito olimpico significa la capacità di progettare, allora, sì, il nostro sistema locale ha perso smalto. Barcellona, ogni tre-quattro anni, tira fuori qualche idea nuova. Lamentarsi non porta da nessuna parte. La Fiat avrà qui il quartier generale di un'azienda globale; è ben diverso dall'avere stabilimenti manifatturieri. Occorre intemazionalizzarsi, con scuole d'alta formazione e proposte di qualità». Vizio antico, il mugugno metafisico del torinese. «I gufi non fanno bene alla comunità», sbotta risentito il sindaco Sergio Chiamparino, in queste ore alle prese con i mal di pancia del Pd e i problemi per la Tav in Valsusa.

Il "Chiampa", come lo chiamano non solo più gli amici, insiste: «Quelli che parlano di mestizia sono gli stessi che alla vigilia dei Giochi mettevano in dubbio l'opportunità delle Olimpiadi a Torino... Che nel 2010 è una città con la metropolitana, con un sistema culturale che fa invidia, dal museo del Cinema alla Reggia di Venaria. In treno si arriva in un attimo a Milano. Al ponte dell'Immacolata abbiamo riempito all'85% gli alberghi. Anche all'Epifania è stato così. Questi sono fatti, accidenti».

In effetti, il turismo funziona, anche se i 4 e i 5 stelle non navigano nell'oro. L'Ostensiorie della Sindone di aprile è affrontata con offerte ben più ghiotte di quando vi fu il Giubileo; così sarà per gli eventi di Italia 150 nel 2011 e per l'Expo 2015. Tuttavia affiorano meno concordia istituzionale e una certa indolenza nel prendere di petto l'eredità degli impianti. «Diciamo la verità. La pista da bob e i trampolini - dice ancora Castellani - ci furono imposti dal governo e dal Cio. Dove sono finiti questi signori? Bisognerebbe proibire di costruire certe opere. Noi potevamo sfruttare, anche perché era a una settantina di chilometri, l'impianto francese di Albertville utilizzato per i Giochi del 1992». Ma tant'è...Sotto la Mole si è in piena campagna elettorale regionale. Ci si guarda con sospetto. C'è chi borbotta per la dominanza "ambrosiana" del MiTo. «Storie. Il punto è che mancano i soldi, cari miei - conclude Sergio Chiamparino -. E senza risorse si può fare poco per mantenere alta l'attrattività di un sistema. Stiamo affrontando in piedi e senza isterie la crisi, è già molto. Ne usciremo a testa alta».

Francesco Antonioli

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