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Torino non è decaduta. Parola dei torinesi doc

Il Riformista - 11/02/10

Una Fiat sempre più multinazionale, la débàcle recente delle nomine in Intesa-Sanpaolo, la prova delle Regionali: orfana di una dinastia depotenziata e appartata, Torino è una città in decadenza? Franco Debenedetti, ex senatore Pd, non ci sta neanche per un attimo a sentirparlare di decadenza, e parte all'attacco. Le nomine in Intesa «non sono una novità» e semmai il ruolo di Angelo Benessia (presidente della Compagnia di San Paolo, nda) è più forte di quello che un tempo ricopriva Pranzo Grande Stevens». Ma soprattutto Debenedetti non ci sta a sentir parlare di una città orfana. «Certo è curioso - dice - quando la Fiat era una presenza egemonica non solo a Torino, ma anche nel Paese, tutti se ne lamentavano, con una sensazione di insofferenza. Adesso, tutti a lamentarsi perché questa egemonia non c'è più». «Una buona battuta» gli fa eco Giorgio Barba-Navaretti, professore di Economia internazionale alla Statale di Milano, tema su cui ha scritto diversi saggi. «Ma a parte la battuta, direi che Fiat ha ancora la testa ben piantata nel corpo della città, e nessuno credo si senta orfano». In effetti la sensazione all'ombra della Mole per il nuovo ruolo degli Agnelli pare quasi di sollievo.

E lo conferma Giuseppe Berta, il bocconiano che più conosce il Lingotto. «Non si tratta di un'assenza, semmai di una presenza che per fortuna è cambiata. Con gli Agnelli che sono andati a ricoprire il loro ruolo naturale, quello degli azionisti, e un amministratore delegato, Sergio Marchionne, che comanda». Eppure Marchionne si trova più spesso a Detroit che in Piemonte. Già, Detroit. Non è che Torino rischia di diventare il set desolato di un film di Clint Eastwood? Barba-Navaretti lo esclude: «Impossibile che la città si trasformi in un industrial dump, una città ex industriale. Certo ci saranno perdite di posti di lavoro ma ricordiamoci che la città è anche un esempio virtuoso di integrazione tra università d'eccellenza (soprattutto ingegneria al Politecnico, dove ha studiato anche John Elkann), manifatturiero e servizi».

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque, per una città "de-lingottizzata?". Non necessariamente: perché come in ogni capitale che si rispetti, non c'è solo una famiglia reale ma anche un'alta nobiltà: e qui non si può non notare che se ci sono anche altri pezzi di sistema che vengono depotenziati. Come quello De Benedetti-Segre, o quello delle "dinastie dell'indotto". «Proprio oggi (ieri nda) eravamo all'Unione Industriale per una giornata dedicata alla memoria di Andrea Pininfarina, e devo dire che si percepiva nettamente un senso di vuoto» confessa Berta. «La mancanza di un nuovo gruppo dirigente dell'economia regionale».

L'altro rischio vero per la città è quello dell'isolamento. «L'ad di Ferrovie, Moretti, ha aumentato le linee ad alta velocità Torino-Roma, diminuendo invece le linee Milano-Roma» segnala Debenedetti, il più "anti-declinista" sul futuro della città, che sottolinea anche la bontà dei nuovi collegamenti autostradali della Mi-To». Barba-Navaretti ribadisce invece la centralità della Tav e del traforo Torino-Lione. «Uno snodo fondamentale. Non ci si rende conto oggi dei costi sociali che si avranno nei prossimi anni se non si completerà» aggiunge l'economista, ricollegandosi involontariamente alle tesi di un altro illustre torinese, Luca Ricolfi, che nel suo nuovo libro sottolinea la mancanza in Italia di una classe politica capace di prendersi la responsabilità di scelte impopolari per evitare costi alle generazioni future.

Già, la politica. Torino che è sempre stata un grande laboratorio di idee ed esperimenti, oggi dopo la stagione Chiamparino-Bresso rischia l'avvento di una gestione dai colori leghisti. Berta vede l'ascendente di Roberto Cota, candidato leghista molto televisivo, in grande spolvero, con un'analisi che prende l'avvio, guarda caso, dalla vicenda Fiat. «L'appeal della Lega sui ceti popolari - spiega - è crescente. Con l'annuncio di oggi (ieri, nda) di Marchionne secondo cui senza incentivi Fiat perderà 350 mila unità di prodotto l'anno, si avrà chiaramente un contraccolpo occupazionale e di opinione pubblica. E l'immagine "anti" del carroccio ne avrà sicuramente beneficio. Ma non è tutto: anche l'appoggio dato da Comune e Regione alla stella di Marchionne rischia di costare caro nelle prossime scadenze regionali. Sia chiaro, appoggiare i progetti di ristrutturazione della Fiat, come l'accordo per Mirafiori del 2005, era un atto logico per Chiamparino e Bresso. Ma allora Marchionne era un testimonial politico trendy: oggi può esserlo molto, molto meno".

Michele Masneri

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