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Capofila essenziale dell'industria: il ruolo di Torino nell'Italia di oggi

la Repubblica - 11/02/10

La prima Confindustria aveva chiarissimo il suo programma: fare in modo che gli interessi del mondo industriale si combinassero tra loro per concertare le condizioni e le politiche dello sviluppo economico. Confindustria era nata anzitutto per contrattare i salari e l'impiego dei lavoratori con iprimi sindacati operai. Ma da subito non limitò la sua azione allo spazio della contrattazione collettiva (...). Voglio ricordare che la"nostra" Confindustria fu "globale" sin dai primordi. Scelse come presidente un francese, Louis Bonnefon-Craponne, esponendosi così alle critiche della politica, che vedeva di malocchio uno straniero in posizione di tale rilievo.

Mal'industria subalpina guardava, già allora, al di là delle frontiere. Pensava a uno sviluppo che non fosse delimitato dai confini nazionali, nel mentre si dava da fare perché il peso della produzione industriale all'interno dell'Italia aumentasse.

Per dieci anni, i dieci anni difficili a cavallo della prima guerra mondiale — Torino e la Confindustria siidentificarono. Dopo Bonnefon-Craponne, venne il turno di Dante Ferraris, un ingegnere di Asti che nel 1919 diventò il primo Ministro dell'Industria, all'atto della fondazione di questo dicastero.

Ecco perché nella storia confindustriale ritroviamo le nostre radici. Sono convinto che una traccia di questa storia sia visibile nell'interesse che il mondo imprenditoriale subalpino ha sempre dimostrato verso la missione dell'associazionismo. Torino non ha fatto mai mancare a Confindustria il proprio sostegno e il proprio apporto attivo nelle fasi cruciali della sua storia. E, del resto, sarebbe impossibile raccontare la vicenda di Confindustria nel suo secolo di vita senza il riferimento all'opera di uomini come Beppe Mazzini, Giovanni Agnelli, Sergio Pininfarina e Luca di Montezemolo. Tutti leader di altissimo profilo, che hanno marcato un'impronta profonda nell'organizzazione di Confindustria e nelle sue attività (...).

Questo retroterra è più che mai vitale. Nell'Italia odierna, Torino resta capofila essenziale del tessuto industriale del nostro Paese. Un Paese che ha bisogno dell'industria non solo per la ricchezza che essa continua a produrre e a diffondere, ma perché rimane il più solido elemento di aggancio materiale all'economia internazionale, alle punte più avanzate dello sviluppo mondiale.

Per essere bravi imprenditori, oggi più che mai occorre guardare al di fuori e al di là del perimetro delle nostre imprese. Specie in un tempo di intenso cambiamento.
Un imprenditore autentico deve avere sensori che lo mettano continuamente in allerta sul mutamento del mercato, dell'economia, della società. Deve avere percezione del mercato e dei mutevoli impulsi che lo guidano e la capacità di reagire il più rapidamente possibile all'evoluzione del contesto economico.

La frontiera dell'innovazione è decisiva. Come diceva uno dei più grandi economisti del Novecento, Joseph Schumpeter, il mestiere dell'imprenditore coincide con la sua disposizione ainnovare. E non caso il tema della nostra giornata èrappresentato dall'innovazione e dalla ricerca continua dell'eccellenza produttiva e gestionale. Ma l'innovazione non è un processo che si svolge totalmente all'interno dell'azienda.

In questi anni, siamo diventati sempre più consapevoli che la necessità di innovare richiede il sostegno della società tutta. Servono scuole, università e centri di ricerca, istituzioni in grado di comprendere il valore complessivo dell'innovazione, politiche di sostegno per chi innova e fa ricerca.

Chi aveva immaginato che la crisi attuale avrebbe implicato un abbandono delle politiche globali è incorso in un grave errore di prospettiva. Dalla crisi uscirà una globalizzazione più forte, dove tutti i ruoli e tutte le posizioni acquisite vengono messi in discussione. Le gerarchle economiche del passato non tengono più. L'ascesa di intere aree del mondo, a cominciare dall'Asia, ci impone di ripensare il nostro modo di operare.

La crisi, con i suoi effetti ancora perduranti, non può oscurare la realtà del nostro sistema produttivo: la parte più dinamica, il nucleo propulsivo dell'economia italiana. Guai se lasciassimo deperire il nostro apparato industriale. Sarebbe tutto il Paese a risentirne perché rischierebbe di essere travolto da quella "mucillagine", come l'ha chiamata il Censis, che pesa negativamente e ritardala nostra capacità di competere.

L'Italia ha bisogno dell'industria, del nocciolo duro del Nord Ovest manifatturiero, che è requisito di modernità e di sviluppo.

Ciò rappresenta un patrimonio di tutti, la garanzia che ha permesso al nostro Paese di conseguire rilevanti traguardi di benessere e civiltà. Perquestoèindispensabileun rapporto di collaborazione fra l'industria, le istituzioni e il Governo.

Obiettivo comune ed imprescindibile deve essere la competitivita del nostro sistema che va dalle infrastrutture all'energia, ad una politica industriale e fiscale efficace. Possibilmente in coerenza con le misure adottate a livello europeo. In modo che l'industria italiana già appesantita da questi ultimi anni difficili, non sia ulteriormente penalizzata rispetto alla sua concorrenza.

Stralcio dell'intervento alla consegna dei premi "Award Andrea Pininfarina"

Gianfranco Carbonato, Presidente degli industriali di Torino

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