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Da tutta Italia per ridisegnare un pezzo di città

La Stampa - 13/02/10

Qualche burlone avrebbe potuto scambiare il tutto come una versione al cubo dello scherzo di «Amici miei»: quello dei finti architetti che arrivano nel paesino di montagna, urlano ai quattro venti di «autostrada a 4 corsie» e, indicando un gruppo di case, sentenziano: «Quelle...? Giù!». E invece no. I 300 professionisti che ieri, trasportati da 6 pullman, sono andati a rendersi conto di persona dell’entità della sfida che il Comune intende lanciare per riqualificare un milione di metri quadrati realizzando, nel contempo, la secondo linea di metropolitana da Parco Sempione a Mirafiori passando per piazza Castello, erano architetti e ingegneri veri.

Soprattutto giovani, alcuni attirati dalla sfida in sé, altri in missione, esploratori di studi blasonati intenzionati a dire la loro sul futuro di Torino. Come Elisa Panzetti, 28 anni, inviata dal milanese Studio Cerri: «Certo che qui lavorate parecchio» rifletteva osservando la montagna di terra e detriti tra il nascente Passante ferroviario e il parco Sempione dove un giorno dovrebbe sorgere un centro direzionale con tanto di grattacieli e quant’altro riterrà di atterrare in un luogo reso prezioso dall’intersecarsi di alta velocità, metropolitana, collegamento con l’aeroporto e, da ultimo ma non meno importante, il nuovo ingresso in città per chi arriverà da Nord, da Milano in particolare. L’architetto veneziano Giorgio Macola, 63 anni, è pure lui ammirato: «Qui è evidente l’influenza della vicina Francia, dove simili rivoluzioni urbane sono più frequenti. D’altra parte non potete che andare avanti...». Cioè? «Beh, non mi sembra di aver colto una grande soddisfazione per ciò che è stato realizzato fino ad oggi. Siete obbligati a non fermarvi, a completare la trasformazione della città».

Una trasformazione-rivoluzione «dove non sono in gioco soltanto progettazione e architettura, ma la ricostruzione sociale affrontando il problema più attuale: la sicurezza o quantomeno la percezione che di essa si ha», aveva detto il sindaco Chiamparino nel salutare i 300 accolti, al mattino, nella Sala Rossa: «Come dice il mio amico Olmo (docente e direttore dell’Urban Center, curatore dell’evento con Fondazione e Ordine degli architetti guidati da Novarino e Bedrone, ndr) “le belle opere di architettura diventano tali quando dietro c’è un pensiero di ricostruzione sociale”». E attorno alla spianata dello Scalo Vanchiglia, primo dei tre ambiti in cui è stata divisa la gara internazionale (gli altri due sono il trincerone di via Gottardo dove un tempo correva la ferrovia e la già citata stazione Rebaudengo) e primo luogo visitato dai 300 professionisti, da ricostruire ce n’è parecchio. Paola Virano, dirigente dell’Urbanistica e coordinatrice del concorso che trae spunto dalla Variante 200 - la base teorica della grande trasformazione urbana - sogna un quartiere «dove la multimedialità, le imprese innovative, i giovani» la facciano da padroni. Ieri, si godeva il cielo azzurro e la neve che sono riusciti a rendere belli luoghi che belli non sono ma soprattutto sconosciuti alla maggior parte dei torinesi. Non ci credete? Alzi la mano chi è mai passato da via Mottalciata o da via Pollone. «Io ci sono cresciuto», ricorda Massimo Lovera che con il professor Gianfranco Pavoni ieri s’aggirava tra i vicoli alle spalle di via Bologna: «I miei genitori vennero ad abitare qui perché era economico e a un passo dal centro. Una posizione ottima ancora oggi che migliorerà ulteriormente quando verrà collegata con il sistema dei trasporti cittadino».

L’obiettivo della gara indetta da Comune e Urban Center e che regalerà tre premi in denaro (uno da 20 mila, gli altri da 50 mila) è finalizzato a raccogliere le migliori idee da adottare per trasformare il complessivo milione di metri quadrati su cui si dipanano la linea 2, lo Scalo Vanchiglia e la Stazione Rebaudengo. Idee che la futura Società di trasformazione urbana, una «Stu» per chi se ne intende, che nascerà coinvolgendo pubblico e privati («Speriamo anche operatori finanziari» dice l’assessore all’Urbanistica Mario Viano), s’impegna a seguire. «Forse in passato - aveva commentato al mattino il sindaco - c’è stato poco coinvolgimento, a causa della fretta, di architetti e ingegneri. Non vogliamo che accada di nuovo». «Se tutti vengono messi al corrente di ciò che accade - commenta l’architetto Paolo Dellapiana - dopo ci saranno meno ostacoli da superare». E magari sorgeranno meno palazzoni «di stile neogotico o medievalizzanti» scherzano Caterina Padoa Schioppa e Marco Pietrolucci arrivati da Roma «dove i grandi gruppi immobiliari la fanno da padroni. Qui invece il Comune dà l’impressione, con eventi come quello di stamane, di avere tutto sotto controllo. Complimenti».

Beppe Minello

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