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Profumo: "La mia Torino? Innovazione e accoglienza"

La Stampa - 31/08/10

Sull’ipotetica candidatura a sindaco, il rettore Francesco Profumo non parla. Neppure per commentare la gaffe dell’«Unità» che l’ha confuso con il banchiere Alessandro Profumo di Unicredit. Fedele al suo ruolo istituzionale osserva i dati sulle immatricolazioni a Ingegneria: 5800 ragazzi, il 16 per cento in più del 2009, più 30 per cento in due anni. «Un iscritto su tre, ormai, è donna. Fino a pochi anni fa eravamo al 15 per cento». Gli stranieri sono il 20 per cento, da sessanta paesi; non pochi vivono qui, seconda generazione d’immigrati. Numeri in cui il rettore vede realizzarsi il sogno di quattro anni fa, le quattro «T»: tolleranza, talenti, tecnologia e Torino. Un manifesto che vale per il Politecnico, certo, ma è dura non estenderlo all’intera città. Non un programma politico, ma un’idea di Torino sì.

Quattro anni fa lei lanciò una parola d’ordine: tolleranza. Oggi un universitario su cinque non è italiano, ma nelle città la difficoltà di integrare non è superata. È un percorso incompiuto?
«È un percorso che ha molti lati virtuosi. La mescolanza arricchisce tutti. I ragazzi stranieri hanno fame di riscatto e affermazione. La loro voglia, e le minori possibilità, li spingono a dare il massimo. E noi ci guadagniamo».

Perché?
«Perché viviamo al fianco di persone che danno il meglio. Ci stimolano quotidianamente a confrontarci con il diverso, imparare a rispettarlo, rincorrere chi è più bravo. È un processo che produce valore senza che ci sia bisogno di investire».

Lei parla di talenti: non stiamo perdendo «la meglio gioventù», che fugge all’estero perché qui non ci sono possibilità?
«Io ho una visione diversa: è più importante il rapporto tra chi se ne va e chi arriva. È lì che siamo deboli: chi se ne va sarà sempre un tuo ambasciatore; il nodo critico è l’incapacità di attrarre. Mescolare sangue, culture, idee è un elemento che può fare la fortuna di un territorio».

E perché non ci riusciamo?
«C’è un sistema troppo rigido, salari non competitivi sul piano internazionale, infrastrutture non sempre all’altezza. A un grande Paese, o una grande città, serve questo. E offrire una visione del futuro».

Come si declina a Torino questa visione?
«Investendo sulla tecnologia, ad esempio. Lo dissi quattro anni fa e lo ripeto ora: Torino può diventare la capitale italiana della ricerca su energia, mobilità e tecnologie della comunicazione. La vera partita si gioca sulla capacità di accelerare i processi d’innovazione. Oggi, una volta che i prodotti sono “maturi”, c’è subito qualche angolo di mondo in cui imparano a farli come noi ma a prezzi inferiori. Solo la dinamicità dell’innovazione e la velocità ci possono salvare».

Come possono le istituzioni favorire questi processi? Torino da tempo discute del futuro delle aree industriali dismesse: trasformarle in aree residenziali e commerciali o cercare di riconvertirle mantenendo la vocazione produttiva?
«Non si può vivere di soli servizi. La nuova fabbrica, più intelligente e meno ripetitiva, resta un elemento forte di questo territorio. Qui ci sono competenze quasi uniche al mondo, sensibilità, vocazione. Anzi, accelerando l’innovazione si può pensare a un dopo-fabbrica che sia ancora fabbrica. Abbandonare il tessuto produttivo sarebbe un errore».

La Torino di tecnologia, tolleranza e talenti fu declinata nel 2006, un’epoca di forte espansione. Quella propulsione è andata persa?
«Ci sono meno risorse, ma saper attrarre nuovi talenti, come Torino sa e può fare, è un elemento che dà forza al futuro. Non bisogna rinchiudersi nell’affrontare questi tempi, ma accogliere, sapendo che il mix di tolleranza, capacità di sviluppo e terreno fertile c’è in pochi altri posti d’Italia».

La crisi lascia in eredità nuove povertà, persone che hanno perso il lavoro. Come si aiuta chi è rimasto indietro?
«Sapendo che è finita l’epoca in cui si poteva andare a scuola solo una volta nella vita. Sempre di più, in futuro, bisognerà inserire modelli di formazione continua, riqualificare le persone. A tutti i livelli, dal più alto al più basso, della scala sociale: altrimenti perderemo la partita».

Andrea Rossi

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