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La città è a un bivio, litigare sui musei è un gioco pericoloso

La Stampa - 20/09/11

Nei giorni scorsi si è sentito parlare e sparlare dell'incerto destino del Castello di Rivoli. Si son lette teorie, sentito proposte, patito liti, il tutto volto all’ipotetica cura dei mali di cui la prestigiosa istituzione soffre. Meglio sarebbe inquadrare il problema Rivoli in quello più generale che Torino e la sua cultura attraversano. Debolezza economica, scarsa e confusa energia creativa, contrapposizioni aspre, il tutto immerso nel generale poco salubre clima della morente era postmoderna fatta di incertezze, mancanza di direzione, sfiducia. Il 28 agosto scorso sul «Sole 24 Ore» Giorgio Barba Navaretti, professore di Economia al Milano con unPhD in Economia ad Oxford e torinese nostalgico, ha analizzato con competenza e lucidità lo stato della Torino post olimpica.

L'Olimpiade è stata un evento di straordinaria eccellenza, investimenti milionari, prestigio internazionale, radicale trasformazione della città. La città intanto con un lavoro decennale e un progetto ambizioso si era evidenziata per l'intensa e concreta vocazione alla cultura artistica d'avanguardia mettendo a frutto patrimoni di ricerca che dall'era casoratiana si erano spinti attraverso l'informale verso le conquiste poveriste e concettuali rivelando autori di respiro non solo nazionale.

Ma - si chiede Navaretti - perché Torino con queste premesse non cresce come altre città, come Milano o Bologna dove il Pil pro capite è superiore di ben 8000 e 5000 euro? E perché tutte le istituzioni museali sono in una crisi più o meno profonda? Le istituzioni museali torinesi son molte e di ottimo livello. Rivoli poi si è proposta per lungo tempo come riferimento internazionale alle istituzioni artistiche omologhe, la Gam, le Fondazioni Sandretto e Merz sono luoghi di eccellenza unanimemente riconosciuti, Artissima si è subito rivelata una eccezionale palestra di ricerca avanzata. Il panorama annovera una ricca fioritura di gallerie private tali da completare un ricco e ambizioso quadro. Museo del Cinema, Egizio e Venaria son tre inimitabili ed indiscussi punti di forza che vantano anche un vasto successo di pubblico.

Perché, nonostante questo quadro, la città non ha conseguito un altrettanto scintillante sviluppo economico-culturale? Temo di non sbagliare nel ricordare l'euforia e la presunzione di qualche assessore o intellettuale sicuri che il nuvoloso futuro postindustriale sarebbe stato rischiarato e vinto dalla sola partita culturale senza accorgersi che la città stava lentamente uscendo dalla fase neo-industriale ricca di tradizione manifatturiera per infilarsi nel grigio tunnel del postindustriale dove industria ed indotto stavano languendo. Si era anche sottovalutato il fatto che se Torino ambiva al ruolo di forte polo culturale doveva vedersela con capitali come Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, raggiungibili da tutta Europa a basso costo ed in tempi brevi.

Oggi siamo al bivio. Ogni attore si muove con gesti plateali e scomposti, ognuno a tentare una salvezza parziale, corporativa o individuale. Lo dimostra la lotta intorno alla momentanea spoglia del Museo di Rivoli. Forse è davvero l'ora in cui senza retorica, pregiudizi, divisioni politiche esili o profonde si indìcano gli Stati Generali alla ricerca di progetti veri e sostenibili con quello che c'è. Parlo di un’ora in cui non si potrà più facilmente contare su finanziamenti diffusi e cospicui, un'ora in cui sarà di insostituibile utilità il realizzarsi di un confronto teorico-pratico volto alla ricerca di creatività per obiettivi comuni e interdisciplinari tale da coinvolgere le forze in campo che - uscite dal solito atteggiamento conflittuale - possano indicare una via serena fuori dall'angoscia che ci attanaglia. Quella di vivere giorno dopo giorno il tangibile declino della città.

Ugo Nespolo

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