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Piano Strategico 2
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FLESSIBILITA' LAVORO GIOVANILE
Obiettivo 4.1 - Evitare che la flessibilitŕ diventi precarietŕ nell’ambito del lavoro giovanile
 
 

Le politiche di flessibilizzazione del lavoro hanno prodotto importanti conseguenze sul livello della qualità della vita sociale dei singoli e del territorio: esse hanno riguardato molteplici aspetti del rapporto di lavoro e delle condizioni di uso della forza lavoro, tuttavia le più importanti sono rappresentate dal processo di deregolamentazione parzialmente coordinato del mercato del lavoro, realizzato principalmente negli accessi al lavoro. Si tratta di una tendenza, avviata negli anni ottanta e proseguita con forza negli anni novanta e ancor più nei primi anni del nuovo secolo. Sotto il profilo sociale, la flessibilizzazione del mercato del lavoro è stata proposta soprattutto come via per diminuire la disoccupazione giovanile, quella delle donne, ma anche dei soggetti con un modesto livello di formazione, più in generale per aumentare le possibilità di accesso al lavoro degli outsiders.

Se il contributo all’aumento dell’occupazione delle politiche di flessibilizzazione è stato reale, seppur inferiore alle aspettative dei proponenti, i rapporti di lavoro dei nuovi occupati sono diventati molto più instabili sotto il profilo della continuità del lavoro e del livello del reddito e della possibilità di disegnare biografie professionali cumulative. Si è prodotta una segmentazione nel mercato del lavoro tra un settore relativamente garantito di neo-assunti e un settore di lavoratori impegnati in occupazioni “atipiche” in cui sono fortemente presenti elementi di precarietà e rischi di marginalizzazione lavorativa e sociale. Inoltre, la precarietà del lavoro tende a protrarsi per lunghi periodi, sino a toccare l’età adulta, con conseguenze critiche sulle possibilità di costruire una vita familiare rispondente ad aspettative sociali diffuse. La stessa configurazione della precarietà dei nuovi rapporti di lavoro restringe l’accesso alle tradizionali garanzie sociali del welfare: previdenza, ammortizzatori sociali, cassa integrazione. Si cominciano ad evidenziare nell’area dei lavori instabili, accanto a traiettorie di avvicinamento al lavoro stabile, un fascio di traiettorie di intrappolamento, la cui consistenza appare crescente, in lavori precari, dequalificati, modestamente retribuiti, alle volte punteggiati da fasi di disoccupazione prolungata che coinvolgono soprattutto i soggetti più deboli sotto il profilo formativo e sociale.

Le linee di azioni nell’ambito del lavoro giovanile dovrebbe cercare di disaccoppiare la flessibilità dalla precarietà del lavoro. Una prima linea di intervento dovrebbe riguardare l’introduzione di una nuova normativa per la regolamentazione dei contratti di apprendistato che renda robusto e qualificato l’intreccio tra la formazione formale e la formazione on the job. In tal modo la formazione di ingresso al lavoro si configurerebbe come un primo e qualificato anello di una catena di azioni formative che dovrebbero accompagnare il lavoratore nel corso della sua vita lavorativa. Una seconda linea di intervento dovrebbe consistere nel rendere disponibile un’offerta formativa, supportata da azioni di accompagnamento e sostegno alla costruzione di strategie per lo sviluppo di identità professionali forti e riconoscibili nel mercato del lavoro, ai soggetti impegnati in percorsi lavorativi intermittenti. Una terza linea potrebbe riguardare la predisposizione di incentivi, sotto vari profili (non solo lavoristici), alle imprese che stabilizzano i rapporti di lavoro.

 
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