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INTEGRAZIONE IMMIGRATI
Obiettivo 4.5 - Sostenere l’integrazione degli immigrati nel lavoro e nella societŕ
 
 

La presenza di lavoratori immigrati in Piemonte, e nell’area metropolitana torinese in particolare, è in crescita dalla metà degli anni ottanta. Si tratta di un andamento che si è accentuato nell’ultimo decennio e che prevedibilmente si svilupperà in futuro in modo ancor più consistente per ragioni sia endogene al mercato del lavoro locale che esogene. L’andamento demografico della popolazione locale e la struttura del sistema di aspettative sul lavoro della popolazione locale stanno facendo emergere fenomeni di shortage occupazionale in alcune famiglie professionali.

Per esempio il progressivo invecchiamento della popolazione, la maggiore partecipazione delle donne al lavoro, le insufficienze dei servizi pubblici di welfare, la persistenza di una divisione ineguale del lavoro domestico tra uomini e donne stanno mettendo in crisi il nostro tradizionale sistema di cura e assistenza, fortemente basato sul lavoro familiare non pagato delle donne, e generando una domanda di lavoro retribuito di cura e assistenza, in gran parte fronteggiabile solo con il ricorso a forza lavoro femminile proveniente da altri paesi. In generale l’afflusso di immigrati alla ricerca di un lavoro è una necessità per il funzionamento del nostro sistema economico-produttivo.

La motivazione nettamente prevalente alla base del fenomeno migratorio è la ricerca di lavoro, cui si collega la motivazione legata al ricongiungimento familiare. I lavoratori stranieri dipendenti rappresentano una popolazione con caratteristiche socio-anagrafiche in parte diverse da quelle dei lavoratori locali: sono più giovani, posseggono mediamente un livello di scolarizzazione più elevato, sono occupati in misura proporzionalmente maggiore nelle piccole imprese e nel settore edile. Tra le lavoratrici immigrate, spesso con un buon livello di istruzione, sono diffusi i lavori di collaborazione familiare e di assistenza e cura domiciliare. Sotto il profilo delle condizioni di lavoro i lavoratori immigrati hanno un tasso di turn over più elevato dei nativi, passano periodo più lunghi di inattività tra un’occupazione e l’altra, sono fortemente concentrati nei lavori a bassa qualificazione, guadagnano di meno.

La fragilità della condizione lavorativa è accentuata dalla debole presenza di un sistema di protezione sociale (ad esempio, nelle piccole imprese, dove lavorano molti immigrati, non esistono ammortizzatori sociali), dall’esistenza di un welfare familiare che non copre nei fatti chi arriva dall’estero, dal nesso rigido tra permesso di soggiorno e stato di occupazione. Le linee guida per una politica locale del lavoro degli immigrati dovrebbero disegnare uno spazio di integrazione sociale delimitato da politiche di cittadinanza economica, intesa come possibilità di accesso al lavoro e al reddito, e politiche di cittadinanza socio-politica, intesa come inserimento nel sistema di protezione sociale e nei circuiti delle decisioni pubbliche.

Proprio in quanto la qualità sociale della realtà metropolitana è significativamente dipendente dal contributo della popolazione immigrata e dal suo grado e tipo di integrazione sociale, si pone la questione di individuare politiche pubbliche che possano promuovere l’inserimento degli stranieri nello spazio dello cittadinanza attiva. Il riconoscimento dei titoli formativi e delle competenze nell’ambito del sistema regionale di certificazione delle competenze potrebbe aumentare, in un’ottica di uguaglianza dei trattamenti, l’accesso a lavori più qualificati.

L’incentivazione, anche con opportuni sostegni economici, della partecipazione a percorsi di formazione, rivolti al conseguimento di capacità professionali proprie di alcuni lavori qualificati su cui esiste tensione tra domanda e offerta di lavoro, favorirebbe processi di mobilità sociale. La promozione di attività sistematiche di formazione, rivolte all’apprendimento della lingua italiana e a conoscere le opportunità e i vincoli presenti nei diversi spazi sociali in cui si specifica la vita quotidiana, permetterebbe di superare quella “insicurezza cognitiva” che rende difficile un inserimento sociale non subalterno nella realtà locale.

Il potenziamento di servizi per l’infanzia, in grado di venire incontro alle esigenze di educazione dei figli di donne impegnate negli orari lunghi del lavoro di cura e assistenza domiciliare, appare una misura importante per garantire nel presente condizioni di vita accettabili e nel futuro un inserimento pieno delle giovani generazioni nella vita sociale. La maggior liberalizzazione dell’accesso al lavoro autonomo potrebbe attirare forze di lavoro più qualificate e, nel contempo, aprire nuove possibilità di promozione socio-professionale.

La realizzazione di accordi tra comuni e associazioni dell’area metropolitana e le corrispondenti realtà delle zone di provenienza degli immigrati, nel campo della formazione professionale e linguistica e dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, potrebbe introdurre un elemento di governo dei flussi migratori. L’estensione ai Comuni dell’area metropolitana delle forme di partecipazione elettorale degli immigrati introdotte dal Comune di Torino potrebbe rendere più efficace e democratico il processo decisionale di generazione di politiche pubbliche per affrontare le questioni di ordine economico, sociale e culturale legate al fenomeno migratorio.

 
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