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Torino - 27 aprile 2004
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home | Tam Tam | Archivio | Anno 2003 | Numero 3 | Per discutere di innovazione e ricerca
 
 
PER DISCUTERE DI INNOVAZIONE E RICERCA
 
 

Il quadro di riferimento del sistema innovativo locale nella sua componente pubblica, ma soprattutto in quella privata, non sembra essere in grado né di produrre conoscenza scientifica e tecnologica di eccellenza, né di mettere a disposizione del sistema industriale un adeguato patrimonio di idee, conoscenze e risorse per l’innovazione.

L’evidenza di tale fenomeno è nascosta da due argomenti principali: la retorica della piccola e media impresa e la celebrazione delle eccellenze locali nel campo della ricerca tecnologica. I numeri che celebrano l’incidenza della ricerca privata rispetto alla ricerca pubblica in Piemonte nascondono in gran parte finanziamenti europei destinati alla ricerca, ma confluiti nelle più diverse attività operative e presunti addetti alla ricerca che di fatto svolgono attività contabili e di servizio per le business units. Evidenze empiriche di segno contrario trovano raramente spazio nel dibattito locale: il tracollo di alcuni segmenti dell’attività brevettuale, lo zero assoluto sotto la voce deal flow nelle attività di venture capital, l’assenza su scala locale di spin off tecnologici di un certo rilievo.

Negli anni recenti si è cercato di costruire una operazione di rilancio lungo due direttrici fondamentali. In primo luogo la concentrazione delle risorse su settori specifici, individuati in ragione delle sopraccitate eccellenze, senza però prestare sufficientemente attenzione alla struttura di mercato che caratterizza tali settori. In secondo luogo il ricorso ad azioni di politica industriale, finalizzate a valorizzare e trasferire le conoscenze scientifiche di eccellenza verso il sistema industriale; con un proliferare di incubatori, parchi, agenzie, sportelli ed esercizi semantici vari. È necessario affiancare qualche breve osservazione all’impianto di certezze che sostiene questa impostazione. Il settore dell’ICT che in molte sue parti possiamo considerare un mercato maturo, si va rapidamente concentrando; pochissimi sono i segmenti in cui vi è realisticamente spazio per l’entrata di piccole imprese innovative. Dove questa possibilità esista, la presenza di un sottosistema finanziario disposto a sostenere il profilo di rischio legato all’imprenditorialità innovativa sembra essere una condizione non prescindibile per la trasformazione delle idee in processi di crescita economica. Il contesto locale non appare rassicurante sotto questo profilo.

A ciò si aggiunga il fatto che l’80% degli aumenti di produttività registrati nel settore manifatturiero nell’ultimo decennio è concentrato nei settori tradizionali (in particolare la grande distribuzione) e che questo è dovuto all’adozione delle tecnologie dell’informazione nei settori tradizionali, non già alla loro produzione. L’obiettivo di recuperare la competitività del sistema locale dovrebbe suggerire, quindi, di concentrare gli sforzi sulle politiche di diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione in particolare nella piccola e media impresa, malgrado esse siano, in condizione di scarsità delle risorse, rivali alle politiche di sostegno all’imprenditorialità high-tech. Manca una seria analisi delle caratteristiche economiche del processo di produzione dell’innovazione e dei relativi fallimenti di mercato che lo caratterizzano. Gli incentivi di mercato puro non funzionano nelle fasi a monte della filiera del processo innovativo (la generazione della conoscenza) mentre funzionano in maniera virtuosa man mano che ci si avvicina alle fase di sfruttamento della conoscenza e di trasformazione dei risultati dell’innovazione in valore economico. L’intervento pubblico è auspicabile nel primo caso, inopportuno e inefficiente nel secondo.

Per queste ragioni, prima di tutto, è necessario prevedere un serio intervento, culturale e finanziario, sulle strutture di alta formazione delle Università. Una riflessione dovrebbe essere dedicata alla difficoltà con cui, nelle università scientifiche torinesi, si sono intrecciati saperi umanistici e saperi tecnico-scientifici. Il modello del buon senso tecno-sabaudo si mostra refrattario ad alcuni elementi costitutivi della vocazione imprenditoriale: la propensione al rischio, la creatività, il desiderio di esplorare fonti di conoscenza e paradigmi scientifici alternativi, la disponibilità a dare spazio alle voci non istituzionali, l’orientamento a modelli organizzativi non gerarchici. Proprio nella sistematica esclusione di alcune componenti culturali fondamentali dal profilo della formazione scientifica e tecnologica dei giovani ingegneri deve essere ricercata la crisi di vocazione innovativa ed imprenditoriale di cui la città soffre. Elementi fondamentali nella creazione di modelli imprenditoriali di successo, quali la formazione umanistica, le scienze economiche, la cultura manageriale e gestionale, la sprovincializzazione dei modelli di riferimento, la diversificazione dei cliché di comportamento sociale, sono stati dimenticati e spesso dileggiati, nella definizione dei curricula formativi. L’innovazione e l’imprenditorialità si sostengono agendo alla radice sul profilo culturale, tecnico, scientifico ma anche sociologico dei giovani che vivono e studiano in questa città, non già creando contesti artificiali che non fanno che amplificare i vizi storici del contesto locale.

Mario Calderini
Docente di Economia dell’Innovazione, Politecnico di Torino

 
 
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