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INDUSTRIA E CULTURA PER LA RINASCITA DI MANCHESTER
Editoriale
 
 

Manchester è la seconda città della Gran Bretagna con una conurbazione di circa tre milioni di abitanti. Visse negli ultimi due secoli di carbone, acciaio, tessile. Una quindicina di anni fa queste tre forme di produzione della ricchezza entrarono in profonda crisi; la Tatcher fu spietata con i settori in declino: nessuna sovvenzione, nessun assistenzialismo. Gli amministratori pubblici chiamarono a raccolta le diverse componenti della comunità urbana con le quali avviarono la redazione di un Piano strategico che individuasse i punti di forza su cui fare leva per invertire completamente la rotta.

Il punto di forza più forte di tutti fu individuato nello sport e perciò la città si candidò nientemeno che alle Olimpiadi estive. La riscossa, in realtà, iniziò con la costruzione della Bridgwater Hall, con ben 2.400 posti e una straordinaria acustica, dove ho recentemente ascoltato la BBC Philarmonic, diretta da Gianandrea Noseda, in una splendida Dama di Picche di Tchaikovsky. Subito dopo partirono altre imprese ancora più coraggiose e sempre di natura culturale. L’architetto-artista Daniel Libeskind, notissimo per essere l’autore del Museo degli Ebrei di Berlino nonché il progettista di ciò che verrà costruito a New York al posto delle Due Torri, fu chiamato per costruire e allestire un Museo della Guerra che oggi è il più importante del mondo. In una vecchia fabbrica fu allestito un enorme e modernissimo Science Center dedicato alle scienze e alla tecnologia e cioè a quelli che per secoli furono i motori dell’economia e della società di quella città. E per rinsaldare l’obiettivo olimpico Manchester organizzò nel 2002 i migliori Giochi del Commonwealth della storia.

Ciò che impressiona nella vicenda di Manchester è la somiglianza con quelle di Bilbao, di Glasgow, di Lione, di Birmingham che sono riuscite a superare brillantemente le loro crisi produttive utilizzando la cultura come linguaggio per imporre una propria nuova posizione nel panorama internazionale delle città affidabili. Altre città industriali che stanno continuando nel loro declino non hanno dimostrato la stessa spregiudicatezza. Poiché, però, il rilancio dell’industria dipende dalla volontà dei nuovi imprenditori internazionali di scommettere su una certa area piuttosto che un’altra, è successo che molti di essi si siano fidati più delle città che hanno avuto il coraggio di sorprendere con la loro audacia e il loro anticonformismo piuttosto che di quelle che non sono state capaci di immaginare niente di diverso da ciò che avevano sempre fatto.

A quale delle due categorie di città Torino vuole appartenere?
Una volta chiediamo e otteniamo eventi olimpici o ci impegniamo a valorizzare il nostro Museo Egizio; altre volte invece facciamo capire che l’unica identità nella quale crediamo veramente è quella industriale in generale e automobilistica in particolare. Non è detto che esistano soltanto due modi di fare strategia: quello delle città citate e quello delle città che stanno sprofondando nel loro declino. Può darsi che ci sia una terza via, che sembrerebbe piacere a una parte dei torinesi: rimanere fermi alla tradizione e nello stesso tempo riuscire a superare la crisi in cui quella stessa tradizione si è arenata. Non ci resta che augurarcelo anche se non è facile illudersi che proprio a noi riesca il colpo che ad altri non è riuscito.

Fiorenzo Alfieri
Assessore alle Risorse e Sviluppo della Cultura

 
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