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STABILE PER IL MOMENTO
La popolazione nell’area metropolitana
 
 

Il numero dei residenti nei comuni dell’area metropolitana è oggi di poco superiore al milione e mezzo. Nei prossimi anni pare destinato a diminuire, dapprima molto lentamente, poi sempre più rapidamente. La soglia del milione e quattrocentomila sarà raggiunta verso la fine del prossimo decennio.

Ma già al 2023 la popolazione potrebbe collocarsi a quota 1.340.000 abitanti. Questa parabola declinante ci dice che la città edificata non si dilaterà e che le discontinuità del tessuto urbano si potranno saldare solo a condizione di una riduzione della densità. Lungo questa parabola vanno misurate le scelte di edificazione che interessano numerose aree di trasformazione della città e che si stanno compiendo proprio in questi anni. Senza eccessivi assilli espansivi, Torino può concentrarsi su una buona manutenzione dell’esistente e dedicarsi al ripensamento di spazi e funzioni.

La regola dei tre quinti
Sul mercato del lavoro, i prossimi due decenni saranno con tutta probabilità caratterizzati da quella che potremmo definire la regola dei tre quinti: a parità di tassi di attività - ipotesi ovviamente non plausibile, ma comunque utile per comprendere il cambiamento in atto - la forza lavoro in entrata sarà pari ai 3/5 di quella in uscita. L’invecchiamento complessivo dell’offerta di lavoro potrebbe quindi subire un’accelerazione: in tali condizioni l’anomalia torinese dei tassi di attività ridotti per i cinquantenni sarà sempre meno sostenibile. Il modello economico che Torino sta elaborando in questi anni saprà assicurare un sufficiente grado di occupabilità per i lavoratori oltre i cinquanta anni? E la sua costruzione sarà compatibile con un’offerta di lavoro locale così rarefatta tra le giovani leve?

Università verso la fine della transizione
Si profila la chiusura di un ciclo iniziato con l’esplosione delle immatricolazioni degli anni Ottanta, proseguito con la contrazione dell’utenza potenziale nel decennio passato e destinato a concludersi con una situazione di maggiore equilibrio tra ingressi e uscite, peraltro su valori di turnover ridimensionati rispetto al recente passato. Tale assestamento impone una riflessione su quali possano essere i bacini di utenza aggiuntivi da considerare per una seria programmazione dell’offerta di formazione. Studenti stranieri oppure i figli degli immigrati? Gli adulti o i giovani italiani residenti in altre regioni? In tutti i casi in cui si preveda la possibilità di attrarre risorse umane che si fanno rare, è doveroso ricordare che la sindrome torinese della scarsità di giovani non sia isolata, bensì comune a numerose città in Italia e in Europa: anche da questo punto di vista, lo scenario futuro non potrà che essere altamente competitivo.

Invecchiamento a macchia di leopardo
Ogni mese dei prossimi due decenni, un numero di torinesi variabile tra 1200 e 1600 festeggerà il proprio 75° compleanno, soglia a partire dalla quale aumenta la probabilità di non essere completamente autosufficienti. L’attuale struttura demografica rivela che Torino è destinata a invecchiare più rapidamente delle sue cinture, e alcune circoscrizioni più di altre. Può sorprendere che siano proprio le aree della grande immigrazione degli anni Cinquanta e Sessanta a mostrare i profili più anziani: la circoscrizione Santa Rita presenta oggi l’età media più elevata, mentre quartieri che hanno ereditato dalle stratificazioni migratorie del passato una certa omogeneità anagrafica, come le Vallette o la Falchera, corrono il rischio di seguire una traiettoria di invecchiamento generalizzato.

Il ruolo dell’immigrazione
In merito a quali possano essere le realistiche aspettative di Torino nei confronti dell’immigrazione, dal punto di vista strettamente demografico non vi sono dubbi sul fatto che anche in presenza di un’intensificazione dei flussi l’immigrazione non riuscirà a raddrizzare le curve declinanti della popolazione torinese. Potrà al massimo - e sarebbe comunque un risultato di tutto rispetto - rallentare la velocità del cambiamento strutturale, ritardando di qualche anno le tappe di un cammino già tracciato. Diversa la prospettiva dal punto di vista economico: in un contesto di risorse umane scarse, l’immigrazione assicura una continuità nella produzione di determinati beni e servizi altrimenti destinati a scomparire, o a costare di più; introduce nel sistema economico, a piccole dosi, nuovi impulsi (si pensi ai consumi etnici) e pure una certa vitalità.

La seconda generazione
Negli ultimi anni sono state soprattutto la domanda di lavoro maschile nell’edilizia e di lavoro femminile nei servizi alla persona a richiamare immigrati a Torino. Alla luce di quanto è avvenuto (o non è avvenuto), dobbiamo interrogarci su quali siano i richiami torinesi effettivamente attivabili per attrarre immigrati di qualità: si sposta così la riflessione sul modello di sviluppo che intendiamo costruire. Ma dobbiamo anche porre attenzione alla necessità di integrare gli oltre 90.000 immigrati attualmente residenti nella Torino allargata (in Piemonte sono almeno il doppio), con un occhio di riguardo per i rappresentanti delle seconde generazioni.
Già oggi il bacino scolastico e universitario potenziale composto da giovani di nazionalità non italiana è di circa 50.000 persone e continuerà a dilatarsi. I tagli alla spesa scolastica e le difficoltà a gestire soluzioni organizzative ad hoc - ad esempio l’affiancamento di insegnanti di italiano come seconda lingua - non sembrano tuttavia andare nella giusta direzione.

Un elettore sempre più anziano
Le trasformazioni demografiche in atto avranno effetti anche sui sistemi decisionali pubblici. Sebbene l’attenzione sia oggi concentrata sulle modalità di partecipazione degli immigrati alla vita politica della città (consulta degli immigrati o consigliere aggiunto, in attesa del diritto di voto e, sul lungo periodo, dell’accesso alla cittadinanza), non bisogna dimenticare che lo spostamento del baricentro elettorale verso l’età degli adulti maturi continuerà a modificare preferenze e sensibilità e, di conseguenza, a trasformare il vocabolario della politica, le sue parole d’ordine, la gerarchia delle priorità condivise. L’età media del corpo elettorale torinese che già oggi rasenta i 50 anni, nel 2023, dovrebbe oltrepassare i 56 anni. A chi governerà le trasformazioni della città non sfuggiranno certo una crescente domanda di sicurezza, non soltanto nell’ordine pubblico, e una diffusa propensione a evitare interventi rivoluzionari, a “non fare il passo più lungo della gamba”.

Rischi e prospettive
Due opposti rischi accompagnano le riflessioni sul mutamento demografico: una certa smania di privilegiare letture affannose delle trasformazioni in corso, drammatizzandone portata e conseguenze, e la consuetudine all’oblio, alla rimozione del problema nella convinzione che, in fondo, tutto si aggiusta. I due eccessi si rafforzano reciprocamente: gli allarmisti si sentono autorizzati all’uso di tinte fosche per risvegliare l’attenzione di un’opinione pubblica e di decisori resi sempre più indifferenti proprio dallo stillicidio di allarmi infondati.
Questa nota cerca di collocarsi in una posizione intermedia tra i due estremi: è convinzione di chi scrive che le trasformazioni della popolazione conteranno moltissimo, e anzi avranno un ruolo determinante nell’orientare la curvatura del futuro torinese; ma anche che tutto avverrà molto lentamente, senza strappi. E che da parte degli attori dai quali dipende il futuro della città sia lecito attendersi, più ancora che l’adozione di misure puntuali, una buona comprensione del quadro complessivo e un’adesione di fondo ad alcuni obiettivi molto generali ai quali tendere.
È altamente probabile che in un futuro non lontanissimo Torino debba far tornare i propri conti avendo a disposizione meno studenti, meno lavoratori, meno genitori, e un numero di persone anziane in costante aumento: ogni tentativo di riduzione dei molteplici sprechi ancora ampiamente diffusi di capitale umano si trasforma quindi in un obiettivo strategico, verso il quale la città dovrebbe muoversi collegialmente.
Quanto più si riusciranno a combattere la dispersione scolastica e universitaria, l’esclusione dei figli degli immigrati dai percorsi formativi più promettenti, la rinuncia agli sforzi di riqualificazione da parte dei lavoratori cinquantenni, l’emigrazione dei giovani talenti, la revisione al ribasso della fecondità da parte delle giovani coppie - in una parola, quanto più Torino saprà prendersi cura del proprio capitale umano - tanto meno arduo sarà l’adattamento della città all’annunciato cambio di stagione demografica.

Stefano Molina
Fondazione Giovani Agnelli

 
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