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VENT'ANNI DI INTENSE TRASFORMAZIONI
L’industria manifatturiera torinese
 
 

Fra il 1981 e il 2001, l’industria manifatturiera torinese ha ridimensionato il proprio peso occupazionale e produttivo. Al declino di alcuni comparti si è contrapposto il rafforzamento di altri settori. Si è comunque mantenuto elevato il livello tecnologico della specializzazione produttiva.

Per effetto di queste dinamiche, è diminuito il peso del comparto all’interno della struttura economica provinciale: nel 1981, l’industria manifatturiera rappresentava il 19,9% delle unità locali presenti sul territorio provinciale e il 48,6% dell’occupazione; vent’anni dopo, la quota del comparto manifatturiero è scesa, rispettivamente, all’11,6% e al 29,9%. Analoga tendenza è osservabile anche in termini di ricchezza prodotta: fra il 1980 e il 2002 (ultimo dato disponibile), il valore aggiunto dell’industria manifatturiera piemontese è aumentato di tre volte e mezzo (a prezzi correnti), mentre il valore aggiunto complessivo è cresciuto di oltre 5 volte. Le perdite occupazionali si sono distribuite in modo omogeneo lungo tutto l’arco di tempo considerato. Fra il 1981 e il 1991, l’occupazione si è contratta del 24%; nel decennio successivo il calo è proseguito con velocità analoga (-22%). In termini di unità locali il fenomeno ha invece assunto forme diverse: la flessione si è concentrata nella prima metà del decennio (-12%), mentre nella decade successiva si è registrato un lieve aumento (+2%). Anche la dimensione media delle unità produttive si è ridotta in modo significativo, passando in due decenni da 17,7 a 11,7 addetti/unità locale.

Fra il 1981 e il 2001 quasi tutti i comparti manifatturieri hanno ridotto il proprio peso. I casi più significativi riguardano la filiera della moda (tessile, abbigliamento, calzature), il comparto metallurgico, il settore delle macchine per l’ufficio e il settore autoveicolistico. La filiera della moda ha perso poco meno di due terzi degli addetti iniziali che ne facevano il principale settore di specializzazione al di fuori della metalmeccanica: nel 2001 risultavano occupate poco più di 11.000 persone, a fronte di 29.700 del 1981. Un altro esempio di declino è il comparto delle macchine per ufficio e sistemi informatici (elaboratori, PC e componenti hardware) dove i confini della crisi settoriale coincidono con quelli dello smantellamento dell’Olivetti e del suo indotto. Nel ventennio considerato, il comparto ha perso il 70% dei 13.800 addetti iniziali, ma è interessante rilevare come, al contrario, sia aumentato il numero di unità locali, a conferma di un processo di vera e propria disgregazione con un saldo occupazionale e produttivo negativo. Anche il settore degli autoveicoli ha subito un ridimensionamento: fra il 1981 e il 2001 l’occupazione si è più che dimezzata (-58%), scendendo da 123.600 a 52.300. Le unità locali sono diminuite del 20%. La flessione dell’occupazione si è accentuata nella seconda metà del periodo.

Le cifre complessive nascondono, tuttavia, dinamiche divergenti, che emergono se si considerano separatamente produzione di autovetture e componentistica. Si è verificato un progressivo spostamento del baricentro produttivo dal prodotto finale alla produzione di componenti: nel 1981, il rapporto fra prodotto finito e componenti in termini di occupazione era 4:1; nel 2001 era praticamente di 1:1. Se si considera l’indotto auto nel suo complesso, il rapporto diventa 1:2. In altre parole, fatto 100 il valore della produzione della filiera auto, circa due terzi sono rappresentati da componenti e parti mentre solo un terzo è attribuibile al prodotto finale. Fra il 1981 e il 2001 il comparto della produzione finale ha perso 72.000 addetti, mentre la componentistica ha sostanzialmente mantenuto inalterati i livelli occupazionali fra il 1981 e il 1991 e li ha aumentati, sia pure di poco, nel decennio successivo (+7%).

Tra il 1981 e il 2001, la maggior parte dei settori produttivi ha sperimentato questo tipo di dinamiche: l’occupazione si è ridotta in misura variabile, ma comunque significativa, mentre il numero di unità produttive è variato in misura diversa, anche se, complessivamente, si è registrato un abbassamento della dimensione media. Per effetto di questo mutamento, nel ventennio 1981-2001 il peso relativo dei settori manifatturieri ha subito alcuni spostamenti rilevanti, anche se non è mutata la tradizionale vocazione meccanica dell’area: nel 1981 il 28% dell’occupazione manifatturiera era attribuibile alla filiera dell’auto, al secondo posto fra i settori di specializzazione vi era il comparto dei prodotti in metallo (14%), quindi le macchine e apparecchi meccanici (10%), la filiera della moda (7%), la gomma-plastica e la produzione di metalli e leghe (6% in entrambi i casi), le macchine e apparecchi elettrici (5%).

Vent’anni dopo, si è ridimensionato il peso della filiera dell’auto, sceso al 20%, è diminuita la quota della produzione finale di autoveicoli (scesa al 10%), mentre è cresciuto il peso della componentistica (pari oggi al 10%). Si è inoltre accentuata la specializzazione nei prodotti in metallo e nella macchine e apparecchi meccanici, che rappresentano oggi il 19 e il 14% dell’occupazione manifatturiera. Fra i settori in crescita vi è anche quello editoriale, con una quota salita al 4% grazie ad un aumento del 40% rispetto al livello di partenza. Nel periodo 1981-2001 si è ridotto di oltre la metà il peso delle grandi imprese (con un numero di addetti superiore a 500) passando dal 45% del 1981 al 22% del 2001. Le altre classi dimensionali hanno perso addetti in misura più contenuta, incrementando quindi la loro quota.

A fronte di queste dinamiche, fra il 1981 e il 2001, la specializzazione tecnologica torinese è rimasta sostanzialmente inalterata, pur in presenza di rilevanti spostamenti nel peso specifico dei diversi comparti produttivi. Il peso dei settori ad alta tecnologia è sceso dal 9,4% all’8,8%, soprattutto per effetto del calo nel settore delle macchine per ufficio e sistemi informatici, compensato, solo in parte, dall’aumento dei settori aereonautico e aereospaziale e dei prodotti di precisione come apparecchi medicali e strumenti di controllo dei processi industriali. È diminuita di qualche punto anche la quota dei settori a tecnologia medio-alta, dove è determinante la perdita di peso del settore autoveicolistico. Il peso dei settori a tecnologia medio-bassa è salito dal 27,7 al 31,5%.

In conclusione, per l’industria torinese l’ultimo ventennio è stato un periodo di intense trasformazioni, dove le esigenze poste dall’accelerazione dei ritmi del progresso tecnologico, dettati dall’avvento delle nuove tecnologie ICT e dall’ampliamento del mercato mondiale, hanno condotto a nuovi equilibri e nuove configurazioni produttive. A livello di sistema economico, ci troviamo di fronte a una riduzione del peso del comparto manifatturiero e ad una forte crescita del settore terziario, in particolare dei servizi alle imprese. All’interno del comparto manifatturiero si sono verificati importanti spostamenti nel peso relativo dei diversi settori.

Al declino di alcune specializzazioni storiche si è contrapposto sia il rafforzamento di altre specializzazioni sia la reinterpretazione di alcune vocazioni tradizionali. La filiera dell’auto ne è il caso più emblematico: nel 1981 si producevano soprattutto prodotti finali mentre oggi prevale la produzione di componenti e parti staccate, a testimonianza di differenti configurazioni organizzative, ma anche della nascita di un comprensorio tecnologico dell’auto: un nuovo assetto in cui le imprese dell’indotto hanno un peso prevalente e un’autonomia produttiva e gestionale più ampia che in passato.

La specializzazione tecnologica dell’industria torinese continua a rappresentare un elemento di forza della struttura industriale. I settori ad alta e medio-alta tecnologia, pur facendo registrare una flessione, rappresentano più del 50% del totale degli addetti. A livello nazionale il peso di tali settori è decisamente inferiore, attestandosi poco sopra il 30%.

Mauro Zangola
Ufficio Studi Economici Unione Industriale Torino

 
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