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PROSPETTIVE D'UNA SCOMMESSA
Sistema culturale e competitivitŕ
 
 

In un contesto internazionale, una città ha interesse al buon funzionamento del proprio sistema culturale e a forme di turismo e consumo culturale interno.

Perché nulla come la cultura fa immagine, producendo rappresentazioni socialmente condivise e durevoli che orientano l’attenzione e le scelte dei soggetti economici, politici, sociali. Il sistema culturale si presta molto bene a strategie di costruzione dell’immagine, soprattutto se è sfavorevole quella sedimentata.

La cultura è insomma una leva per la strategia competitiva di un’élite di governance urbana lungimirante, impegnata su un obiettivo di sviluppo diversificato e di mediazione fra il vecchio e il nuovo. Se poi il sistema culturale comprende anche forme di produzione di cultura di qualità e competitive, esportabili come le conoscenze tecnologiche, i vantaggi sono molteplici e paragonabili a queste ultime. Questo insieme di argomentazioni rende un sistema culturale locale un eccellente local collective competition good, ossia un bene collettivo prodotto da una economia locale utile alla sua competizione mondiale con altri territori. Torino ha un notevole bisogno di siffatti beni, per la congiuntura nella quale si trova di trasformazione da città industriale.

La cultura è però anche un valore in sé, un bene pubblico (cioè collettivo senza ulteriori finalità) tanto più importante se radicato su di una produzione locale portatrice di memoria, suscettibile di innovazione e di larga diffusione, per le generazioni presenti e future. È la concezione espressa nell’art.5 della Costituzione Italiana e nell’art.9 dello Statuto della Regione Piemonte. Chi possiede un patrimonio culturale per ragioni storiche, o può produrne per capacità e vocazione, ha il dovere civile di valorizzarlo e metterlo a disposizione. È il caso di Torino.

I criteri di scelta politica rispetto ai beni culturali cambiano dunque secondo come li consideriamo. Considerarli come beni pubblici orienta la scelta verso un potenziamento del sistema nel suo insieme, a favore del cittadino. Ove si richieda una selezione di priorità, diventano plausibili criteri di fattibilità e originalità indicati dal radicamento locale nella storia e nella presenza attuale di risorse umane (artistiche, culturali, tecniche) in grado di sostenerlo.

Èstato ad esempio ragionevole pensare all’arte contemporanea come oggetto di investimento torinese perché l’arte povera è nata da artisti torinesi, così come lo potrà essere una realizzazione pertinente alla memoria della città industriale fordista. Considerarli invece come local collective competition good orienta la scelta verso un marketing internazionale che privilegia criteri di competitività nell’attrarre pubblici e produttori esterni, trattenere e valorizzare risorse umane e culturali interne (ma esportabili), produrre un’immagine forte, nuova e distintiva per la città, selezionando in base ad essi le realizzazioni più promettenti. L’ammodernamento del Museo Egizio e il restauro della Reggia della Venaria Reale possono essere argomentati con questo criterio.

Comune a entrambe le accezioni è il criterio della sostenibilità della spesa che, nel nostro contesto locale, si è fatto valere nell’agenda politica più scaglionando nel tempo gli impegni e dimensionandoli che selezionando. Tuttavia, la decisione iniziale che innesca processi lunghi e complessi come quelli che conducono alla realizzazione di un bene culturale, inserito in un contesto urbano appropriato, può essere persino paralizzata da un orizzonte temporale troppo lungo e sostanzialmente incontrollabile da parte di un’amministrazione strutturalmente più reattiva che proattiva come quella italiana.

Anche i finanziatori privati sono legati a queste decisioni pubbliche, oltre che esposti, come qualsiasi risparmiatore, alle incertezze di mercato. Questi meccanismi conferiscono all’innovazione culturale un alto grado di rischio dal punto di vista economico e, quanto al criterio del successo, essendo i beni finanziati solo in minima parte dal pubblico pagante, il favore del pubblico non ne sancisce la sopravvivenza o meno, anche se è oggetto di decisione politica valutarlo e trarne eventualmente delle conseguenze.

Nell’area torinese, l’attuale sistema dei beni culturali, e delle attività per produrli e svilupparli nel tempo, è il risultato di un investimento prevalentemente pubblico, destinato a rimanere tale perché questo tipo di beni e attività si sono dimostrati, in una lunga esperienza internazionale, finanziabili da meccanismi di mercato solo in minima parte. Il sistema culturale è in definitiva il risultato, alle sue origini e nel corso del suo sviluppo, di decisioni politiche di un numero ristretto di soggetti.

Una recente simulazione stima che, a Torino, nel 2015 saranno 3.000 le unità di lavoro a tempo pieno aggiuntive impiegate nel sistema culturale, non comparabili con le 12.000 provenienti dalla crescita dei settori industriali innovativi e con le 47.000 provenienti dalla tenuta dei settori tradizionali. Ma il dato ci fornisce l’indicazione che queste unità di lavoro coprono esigenze strategiche - ricchezza prodotta da domanda esterna (esportazione), mercato del lavoro di nicchia - e possiamo aggiungere che un turismo legato ai beni culturali può dare sbocco a manodopera non altrimenti collocabile, ma prodotta costantemente dal nostro sistema formativo (es. laureati in discipline umanistiche).

Il settore, sviluppandosi, crea inoltre localmente un’offerta per consumi superiori che altrimenti la domanda, che si formerebbe comunque, rivolgerebbe altrove. Rispetto agli standard nazionali, Regione Piemonte, Provincia di Torino e Città di Torino spendono molto per la cultura, a fronte di un impegno decrescente dello Stato. Inoltre la presenza sul territorio piemontese di due tra le più importanti fondazioni bancarie d’Italia e d’Europa (Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt sono rispettivamente tra le prime dieci e venti d’Europa) offre la disponibilità di maggiori risorse. Tuttavia, per quanto abbondanti, le risorse non sono illimitate e si presenta un problema di sostenibilità della spesa nel lungo periodo.

Le infrastrutture culturali richiedono un intervento sul piano della gestione, manutenzione, rinnovamento degli allestimenti. Non sembrano esserci segnali d’allarme nel breve periodo: la continuità di una scelta politica impegnativa ed eccezionale rispetto al panorama nazionale è affidata a leadership stabili, gli impegni sono assunti in delibere non ignare del futuro. Fonte di preoccupazione sono le tendenze nel lungo periodo, a causa della riduzione della spesa pubblica nazionale per la cultura e dei suoi trasferimenti agli enti locali, dell’esposizione alle incertezze di mercato delle fondazioni nei rendimenti dei loro investimenti e patrimoni.

Inoltre il peso della sponsorizzazione culturale delle imprese private è scarso, mentre molti operatori privati italiani e stranieri non operano ancora (o più) in area torinese, a differenza di aree anche vicine come Milano. Questo orizzonte di sostenibilità renderà necessaria l’applicazione di criteri di priorità di spesa: in altre parole bisogna essere consapevoli che in questo primo decennio del 2000 si gioca la configurazione del sistema culturale dell’area torinese dei prossimi venti anni, durante i quali le ulteriori innovazioni introducibili saranno al massimo incrementali, ma non sistemiche come le attuali.

Infatti, se verranno rispettati i programmi degli enti pubblici, gli appuntamenti dei prossimi anni vedranno il sistema culturale compiuto, dal punto di vista delle infrastrutture, non prima del 2009. Alcune componenti funzionano già a pieno regime e altre saranno realizzate per il 2005, con aperture significative per le Olimpiadi e per il Congresso Mondiale degli Architetti del 2008. Inoltre, consistente e pertinente si presenta l’appuntamento del 2011 che permetterebbe di realizzare, se opportunamente gestito, una buona coerenza tra il sistema culturale torinese nei suoi tratti più forti e l’immagine più valida della città che esso può produrre.

Sergio Scamuzzi
Università di Torino

 
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