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DALLA COMPANY TOWN AI NUOVI BISOGNI
Organizzazione e sviluppo della qualitŕ sociale
 
 

La riflessione strategica sullo sviluppo della qualità sociale a Torino non può che prendere le mosse dalla soluzione di continuità tra la Torino di oggi e il suo passato di company town. La Torino fordista è stata una società locale marcatamente monoculturale, con una struttura economica poco differenziata.

Una città in cui la distinzione fra popolazione immigrata operaia e popolazione locale impiegatizia era molto netta da tutti i punti di vista (residenziale, occupazionale, di istruzione e reddito): più netta, ad esempio che a Milano. Tuttavia una Torino in cui le forze propulsive del capitalismo organizzato erano all’opera e in cui l’inclusione nel lavoro operaio di ampie quote della popolazione continuava a sviluppare effetti benefici in termini di reddito, coperture assicurative e sanitarie a livello individuale e familiare, accesso all’istruzione.

Il problema nella Torino fordista era soprattutto una insufficiente robustezza del tessuto urbano collettivo (in termini di servizi, struttura urbanistica, spazi naturali e di socializzazione, differenziazione delle attività economiche). Un limite tale da non consentire che le maggiori risorse private si traducessero in un diffuso miglioramento della qualità della vita, e delle strategie acquisitive individuali e familiari. Così, di fronte all’impatto dei successivi processi di ristrutturazione industriale, la città si è presentata piegata su se stessa e poco capace di valorizzare saperi e capacità densamente presenti. I problemi maggiori posti dalla eccessiva semplicità del tessuto socio-economico urbano riguardavano chi, espulso dall’industria, doveva affrontare problemi di reinserimento nel mercato del lavoro. L’inclusione nel lavoro continuava invece a garantire condizioni di sufficiente sicurezza della vita quotidiana, seppure di non elevata qualità.

Come è cambiata l’organizzazione della qualità sociale nella Torino degli anni recenti? Nella one company town i fattori di produzione della qualità sociale erano strettamente connessi alla capacità del lavoro di garantire accesso ai beni fondamentali della cittadinanza. La demarcazione tra benessere e situazioni critiche corrispondeva (quasi) perfettamente alla distinzione tra lavoro e non-lavoro. I servizi sociali erano progettati e attuati secondo modalità top down da un sistema di governo strutturato che si muoveva secondo logiche di monopolio. Le attività relazionate e di supporto erano caratterizzate dalla centralità di un modello di convivenza famigliare basato sul reddito del capofamiglia. Infine le condizioni di domanda erano collegate in gran parte a bisogni individuali (percepiti come) standardizzati e omogenei, la cui espressione e integrazione veniva filtrata da grandi organizzazioni politiche e di rappresentanza degli interessi che combinavano il conflitto sociale con la crescita economica.

Nettamente diverse le dinamiche che lungo queste direttrici strutturano le problematiche della qualità sociale oggi. A livello dei fattori di produzione, un nodo cruciale è relativo all’indebolimento del legame tra lavoro e beni di cittadinanza, tale da configurare nuove forme di povertà-con-lavoro e situazioni di povertà non così gravi da configurare un bisogno assistenziale, ma tali da compromettere i piani di vita e i livelli di benessere acquisiti dalle persone: incapacità di risparmio, indebitamento, difficoltà di trasmettere la ricchezza tra generazioni, scarsi investimenti di lungo periodo nel capitale umano, insostenibilità dei costi di cura degli anziani. L’indebolimento del legame tra lavoro e beni di cittadinanza colpisce in particolare giovani lavoratori esposti alla precarietà, donne con problemi di conciliazione tra compiti di cura e di lavoro, famiglie numerose gravitanti sul solo reddito del capofamiglia.

Forme coerenti con il modello di famiglia in Italia più diffuso e socialmente approvato che si trovano così esposte a gravi difficoltà. La crisi del legame fra lavoro e beni di cittadinanza si manifesta per esempio nella difficoltà di sincronizzazione fra integrazione sociale e integrazione economica per i nuovi immigrati. La situazione è mutata anche radicalmente a livello del sistema di welfare. La qualità sociale passa ora non più attraverso il monopolio pubblico, ma è prodotta tramite molteplici relazioni pubblico-privato regolabili secondo un’ampia gamma di modelli. In ogni caso la qualità sociale richiede che le interazioni fra pubblico, imprese e formazioni sociali private siano sottoposte a standard di qualità delle prestazioni, oltrechè a quelli della concorrenza.

E questo vale soprattutto per gli emergenti mercati sociali - caratterizzati da figure professionali specifiche, risorse dedicate, strumenti regolativi ad hoc, coalizioni pubblico-privato profit e non profit ampie e articolate - in cui l’incontro diretto fra domanda dei cittadini/utenti e offerta dei servizi sociali pone delicati problemi di regolazione. Un cambiamento cruciale si colloca a livello delle attività relazionate e di supporto, dove si pongono i problemi di compensazione della già richiamata crisi del modello di convivenza famigliare basato sul reddito del capofamiglia.

Nel pieno del fordismo, famiglia e istituzioni del mercato del lavoro configuravano un modello che, ancorché produttore di disuguaglianze di classe e di genere, era in qualche modo in squadra rispetto ad un unico asse. Ora questa configurazione è più fuori squadra e richiede interventi istituzionali di riallineamento che chiamano in causa importanti interdipendenze tra aree di policy. Ad esempio, se uno dei problemi alla base delle nuove forme di vulnerabilità è quello del secondo reddito da parte del secondo genitore, è evidente che le politiche di conciliazione tra partecipazione al mercato del lavoro e cura della famiglia sono politiche del lavoro, degli orari e non solo della famiglia.

Infine, cambiano in modo sostanziale le condizioni di domanda. Innanzitutto l’eterogeneità dei bisogni e la presenza di domande individualizzate costituisce ora un tratto comune e diffuso della società locale. In secondo luogo l’espressione dei bisogni registra un mutamento radicale nel ruolo, numero e sfera d’azione degli attori collettivi e di rappresentanza degli interessi organizzati. La decisioni che riguardano sfere importanti della qualità sociale (casa, trasporti, orari, servizi) si sviluppano in arene decisionali complesse che coinvolgono molteplici livelli di governo e una pluralità di attori pubblici e privati secondo modalità di programmazione partecipata e modelli decisionali di tipo inclusivo su base territoriale (Politiche per la rigenerazione urbana e Piani di Zona).

Le politiche complesse e partecipate divengono veicolo di una nuova cultura dell’intervento dove la domanda - collettiva e individuale - non è un recettore passivo dell’offerta, ma contribuisce a costruirla, selezionarla, valutarla. La domanda di qualità sociale veicolata dalle esperienze di rigenerazione urbana pone gli attori pubblici e privati innanzi a nuove sfide, sia in termini progettuali sia rispetto alla necessità di costruire strutture di implementazione di queste politiche. Circoscrivendo il discorso ai contenuti delle politiche pubbliche si può sottolineare come gli aspetti nuovi della qualità sociale chiamino in causa dimensioni rilevanti della storica questione del contesto urbano di Torino: dal problema dello sviluppo dei servizi e dei trasporti a quello della flessibilizzazione degli orari della città, a quello dello sviluppo di un tessuto di imprese differenziato, radicato nel territorio e socialmente responsabile e di un mercato del lavoro flessibile ma che consenta lo sviluppo di competenze, a quello di un maggiore coordinamento fra i settori della pubblica amministrazione così come fra poteri pubblici e poteri privati.

Il nuovo della qualità sociale si costruisce dunque a partire dal riconoscimento della rilevanza del bisogno multiplo. Un bisogno che si definisce all’incrocio delle dimensioni appartenenti a sfere distinte (lavoro, famiglia, formazione, mobilità, residenza) e che richiede l’attivazione di un sistema di risposte istituzionali appropriate. Dal punto di vista dei contenuti, è un’area che interviene tra lo spazio della vulnerabilità sociale e quello dell’esclusione. Mette cioè in campo interventi mirati a impedire che problemi di vulnerabilità si trasformino in situazioni di esclusione. Si tratta di un’area di politica pubblica non settoriale che rientra nelle politiche complesse: multiattore, multidimensionali e partecipate.

Politiche, dunque, che richiedono strutture organizzative di implementazione per progetti più che per settori, territorialmente integrate e che fanno della coesione sociale una dimensione cruciale per lo sviluppo locale. Da questo punto di vista Torino ha maturato esperienze importanti negli ultimi anni, in particolare nell’area delle politiche urbane complesse e del sostegno integrato delle fasce deboli. L’identificazione delle necessarie risorse, degli impedimenti che ne ostacolano il pieno dispiegarsi e la predisposizione di adeguate strategie di intervento rappresenta un importante obiettivo verso cui far convergere le forze della città.

Filippo Barbera, Nicola Negri
Università di Torino

Alla ricerca da cui è tratto l’intervento hanno collaborato Carmen Belloni, Giancarlo Cerruti, Giulia Henry, Renato Lattes e Manuela Olagnero.

 
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