contatti english version Associazione Chiamparino.wav
 
Torino Internazionale  
 
 
 
Torino 16 febbraio 2006   english   help   contatti   mailing list
 
 
Temi Sistema Internazionale
Governo metropolitano
Formazione e ricerca
Imprenditorialitŕ e occupazione
Cultura,Turismo,Commercio e Sport
Qualitŕ urbana
Tamtam
Editoria
Agenda
Associazione
Piano Strategico 2
 
Home | Tam Tam | Archivio | Anno 2005 | 2005/1 | Quattro nodi da sciogliere
 
QUATTRO NODI DA SCIOGLIERE
La trasformazione della cittŕ
 
 

In termini di processo, l’analisi del primo Piano strategico di Torino evidenzia quattro principali nodi: il problema del rapporto fra pianificazione territoriale e pianificazione strategica, fra governance e tendenze autoritative, fra complessità e attuazione riduttiva,fra scala territoriale e municipalismo.

Piano strategico o piano territoriale
Storicamente la pianificazione strategica delle città nasce dall’importazione di modelli di ambito imprenditoriale, per ridare slancio alla formulazione di elementi di visione e programmazione del futuro, di fronte alla crisi degli strumenti ordinari di pianificazione. Non è un caso quindi che la prima stagione di pianificazione strategica tenda a eludere il territorio: quasi che misurarsi con la questione territoriale significhi correre il rischio di ripetere i (presunti) fallimenti della pianificazione territoriale. Questa elusione è stata a Torino meno evidente che altrove, perchè il primo Piano Strategico poteva appoggiarsi sull’elaborazione compiuta del Piano regolatore che ha funzionato da cornice generale da cui enucleare alcuni obiettivi di rilevanza strategica. Ma questa coincidenza non si ripeterà con il secondo Piano strategico che, anzi, avvia la sua formazione proprio mentre il Piano Regolatore Generale compie un decennio di vita. La questione del rapporto con la pianificazione del territorio non può quindi essere rinviata per almeno tre ragioni.
Primo, non esistono scelte strategiche che non diventino, prima o poi, oggetti, spazi, reti, nodi, flussi, relazioni. Come tali, si tratta di fatti sociali formati spazialmente, declinati secondo misura e forma dei luoghi specifici in cui si collocano. Le uniche scelte strategiche che non diventano territorio sono quelle che non accadono, che restano intenzioni: che falliscono.
Secondo, i Piani strategici non sostituiscono i piani territoriali, ma non sono né sottoposti né sovrapposti ad essi, sono semplicemente affiancati. Nati dalla volontà di governance, come si traducono in government? Forse, per non scontrarsi apertamente con il nodo irrisolto della pianificazione sovralocale, i Piani strategici costruiscono strategie senza che sia chiarito il rapporto con i piani urbanistici e territoriali che, teoricamente, dovrebbero esserne uno dei principali modi di inveramento.
Terzo, nell’ordinamento italiano la gestione del territorio è stata una delle prime aree di azione delle città, ma anche una delle prime aree di vera delega a Regioni, Provincie, Comuni da parte dello Stato. Rinunciare al territorio significa perciò per i Piani strategici rinunciare a una parte sostanziale di storica autonomia locale e, insieme, rinunciare al più efficace, potenzialmente, dei propri possibili strumenti d’azione.

Governance o monarchie
Il Piano strategico si fonda su un sistema consensuale e cooperativo di governance: questa impostazione prioritaria non sempre è stata unanimemente condivisa e, in molte occasioni, anziché consolidarsi si è confrontata con la tendenza al ritorno a forme più tradizionali di definizione delle decisioni, in cui i diversi soggetti agiscono in una logica di primato e competizione anziché di cooperazione e sinergia. Nell’esperienza locale si confrontano contraddittoriamente quotidiane difficoltà degli attori a condividere un progetto di scala territoriale con esperienze di costruzione di politiche complesse e inclusive. Per queste politiche Torino è diventata uno dei punti di riferimento del dibattito internazionale, sui processi di riqualificazione delle periferie, per le modalità messe in pratica e risultati ottenuti. Si tratta in particolare di tre PRU, il PIC Urban II, quattro Contratti di Quartiere, nove azioni di Sviluppo Locale Partecipato. A questi si affiancano i programmi avviati intorno a Torino, come i progetti PRUSST e URBAN dell’area di Settimo Torinese, che dimostrano una capacità propositiva e di cooperazione territoriale: un dato di sicura novità, forse uno dei migliori indicatori del nuovo ruolo assunto da soggetti territoriali di quella che era la periferia metropolitana.
Se i programmi urbani complessi consentono di costruire i progetti sui problemi e non sulle settorialità, tuttavia il buon esito delle metodologie e dei programmi, la messa a punto di strategie integrate e la qualità del processo non sempre corrispondono a un successo dal punto di vista della qualità fisica degli interventi: il salto di scala non sempre riesce e resta una domanda aperta per i programmi in avvio. Ma, soprattutto, il prossimo esaurimento dei fondi speciali nazionali e la direzione ad est di quelli comunitari con l’allargamento dell’Unione europea aprono molti interrogativi sul proseguimento di queste esperienze che dovranno trovare nuove forme di sostenibilità locale, sia attraverso innovazioni nella gestione dei processi sia attraverso politiche locali di spesa nel settore.
Un tratto comune delle grandi trasformazioni del territorio torinese è la tendenza a una prevalente regia e promozione pubblica e, in questo senso, la differenza con Milano è lampante. I privati, a Torino, intervengono nelle grandi trasformazioni dopo che gli attori pubblici hanno definito il quadro, compiuto grandi investimenti, spesso costruito certezze di redditività; intervengono secondo la propria scala di impresa, preferibilmente in comparti tradizionali come la residenza, o in ruoli tradizionali come l’appaltatore di opera pubblica. Allo stesso tempo però, alcuni indizi mostrano potenzialità del settore privato, anche sociale, nella trasformazione della città, secondo logiche autonome ma coerenti con quelle della regia pubblica: sono indizi di una possibile vitalità, di cui tenere conto per rafforzare un rapporto ancora sbilanciato.

Complessità o attuazione riduttiva
La riconduzione a logiche settoriali di intervento, di quelle che nascono come strategie complesse e multisettoriali, appare come un rischio reale nello scenario della costruzione del territorio torinese, e la sua ricaduta sulle trasformazioni in atto ne riduce la complessità intesa come valore. Nel passaggio dalla scelta strategica agli atti tecnici che la concretizzano in luoghi, attrezzature, attività, iniziative, la semplificazione delle scelte rischia di ridurre i tratti d’innovazione, riconducendo il processo nell’alveo di consolidate routines tecnico-amministrative, troppo spesso separate e settoriali. Si sente la mancanza di un sistema realmente unitario di attuazione delle trasformazioni che ne garantisca l’integrazione o almeno la durevole coerenza. Accade così che i sistemi rischiano di ridursi a sequenze di oggetti e la progettazione avviene per tasselli autonomi, perdendo la complessità del progetto urbano o territoriale.

Scala territoriale o municipalismo
La mancanza di coordinamento tra scale e livelli diversi di pianificazione della città è un altro elemento critico nei processi di trasformazione in corso. Non si tratta tanto di mancata conformità, quanto di reale capacità di rendere riconoscibili i tratti di scelte strategiche complessive alle diverse scale di progetto e intervento sul territorio. La strada per uscire da questa situazione non è probabilmente quella indicata dall’orizzonte legislativo (Legge 142) quanto piuttosto quella delle reti e degli accordi costruiti su obiettivi e attraverso progetti, insieme alla creazione di luoghi di raccordo e costruzione di decisioni condivise, per superare contraddizioni-competitività fra progettualità di scala locale e rendere efficace una strategia di area metropolitana con gli attori forti extra-locali. Individuare in modo più chiaro il ruolo della pianificazione strategica nell’ordinamento regionale piemontese potrebbe conferire a questa attività di governance strategica uno statuto giuridico più forte; allo stesso tempo, rischierebbe però di trasformare in adempimento amministrativo il patrimonio di innovazione fin qui accumulato in una sperimentazione senza norme.
Un’interpretazione nuova del Piano Territoriale di Coordinamento - la cui elaborazione spetta alla Provincia - che ne reinventasse la scala operativa in senso strategico, potrebbe concretizzare in un documento già esistente nell’attuale ordinamento un sistema di strategie condivise di trasformazione territoriale. In conclusione, ciò che appare cruciale per un’efficace azione del secondo Piano strategico di Torino in campo territoriale è, più che un riordino legislativo, il rilancio di un’azione di governance alla scala metropolitana che, superando le difficoltà, sia in grado di fare emergere in modo inclusivo indirizzi strategici condivisi, conservandone quindi la complessità e coerenza nelle diverse fasi dell’attuazione.

Egidio Dansero, Antonio De Rossi, Matteo Robiglio, Elena Carmagnani
Università e Politecnico di Torino

 
 © Torino Internazionale 2004-2006. Tutti i diritti sono riservati.