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UN TENTATIVO DI FILOLOGIA ECONOMICA
Editoriale
 
 

L’espressione ‘economia della conoscenza’ è entrata da qualche anno nel gergo corrente. Il significato dell’espressione è complesso (e anche complicato) e la filologia può essere una risorsa importante per ricostruire un itinerario intellettuale collegato all’evoluzione del termine.

L’espressione inizia a diffondersi intorno al 2000 a seguito della Dichiarazione di Lisbona, con cui la Commissione Europea ha indicato un progetto di crescita per l’economia nell’arco dei successivi dieci anni, basato sulla specializzazione nella produzione di conoscenza. L’economia della conoscenza ha il merito retorico di offrire una prospettiva suadente a un processo di cambiamento strutturale abbastanza complesso, non solo da un punto di vista economico, ma tale da assumere dimensioni e connotati così rilevanti da coinvolgere appieno la dimensione sociale e politica.

Dietro l’economia della conoscenza si riconoscono i lineamenti di un vecchio dibattito molto frequentato nel Regno Unito e negli Stati Uniti, avvenuto negli anni Settanta e Ottanta, sul tema della deindustrializzazione. Allora, l’ingresso sui mercati internazionali di nuovi produttori, spesso con costi del lavoro inferiori a quelli dei paesi di più antica industrializzazione - si trattava del Giappone - aveva messo in crisi l’industria manifatturiera angloamericana, nel momento in cui le imprese acceleravano la crescita multinazionale nel tentativo, spesso riuscito, di combinare produzione delocalizzata in aree a basso costo del lavoro con servizi alla produzione concentrati nella sede della casa madre. Anche la struttura dei consumi aveva manifestato un rapido cambiamento con il declino, in termini relativi e perfino in valori assoluti, dei consumi di beni durevoli. La domanda di servizi alla persona - come sanità e istruzione, ma anche intrattenimento e turismo - dovuta all’allungamento della vita e all’aumento della scolarità, conosceva un’espansione spettacolare. Con il tempo, le stesse industrie dei servizi alla persona erano divenute capaci di esportare e mobilitare flussi importanti di consumatori esteri.

La qualità dell’offerta cresceva dunque in modo significativo, procurando vaste opportunità d’impiego per personale altamente qualificato, ben pagato e con elevate dotazioni di capitale fisso.
Le quote crescenti di reddito che si spostavano verso il consumo di servizi aggravavano però la debolezza della domanda di beni durevoli, contraendo la domanda interna e internazionale e spingendo l’industria manifatturiera verso un declino che l’ha portata, in venti anni, dalle vette del periodo post-bellico a quote di occupazione e reddito prodotto che, verso la fine del XX secolo, si avvicinano al 10%. Al contrario, le industrie dei servizi alle imprese si sviluppavano rapidamente anche grazie alla forte domanda proveniente dalle imprese delocalizzate e le case madri delle multinazionali diventavano, anche statisticamente, sempre di più imprese di servizi per una produzione svolta altrove. Logistica e finanza, servizi di comunicazione e informatica, diventano le attività con i tassi di crescita più elevati per occupazione e produzione di reddito, al punto che i paesi più avanzati hanno quasi del tutto abbandonato la manifattura, e le industrie dei servizi rappresentano oltre l’80% dell’occupazione totale.

Le regole dell’organizzazione del lavoro all’interno delle imprese, e tra le imprese, subiscono un cambiamento radicale, in quanto il contributo del lavoratore sta sempre meno nell’esecuzione di procedure predefinite applicate rigidamente, e sempre più nella capacità creativa di applicare principi generali a contesti specifici ed eterogenei, estraendo nuovi principi generali dall’esperienza, attraverso la valorizzazione dei processi di apprendimento. La tipologia dei contratti che regolano la divisione del lavoro evolve dunque verso la definizione di regole di ripartizione ex-post del ricavo, piuttosto che sull’applicazione di regole definite ex-ante; forme di lavoro autonomo e professionale, altamente specializzato e dunque più esposto al rischio, si diffondono nel sistema.

La deindustrializzazione non è stata indolore: con la sparizione dell’industria, la disoccupazione ha toccato valori altissimi e vaste aree metropolitane sono state sconvolte da degrado e abbandono. La transizione della forza lavoro verso le industrie dei servizi non è stata facile, anche perché la domanda di lavoratori con elevate qualificazioni professionali ha stentato a trovare un’offerta adeguata, provocando il forte incremento dei salari e, in generale, della capacità di intercettare reddito da parte di una minoranza di lavoratori con elevati livelli di capitale umano.

Di fronte all’entità del fenomeno, e alle profonde implicazioni in termini di organizzazione del lavoro, distribuzione del reddito, crescita sia pure temporanea della disoccupazione, la socialdemocrazia del Nord-Europa (si pensi alla Svezia), il laburismo britannico e gli ambienti del partito democratico negli Stati Uniti hanno cercato di opporsi, non cogliendo le implicazioni positive del processo in corso. In questo senso, il neoliberismo è anche il frutto della stagione della deindustrializazione e ha avuto il merito di considerarla come un processo di innovazione istituzionale e strutturale, lasciando spazio alla rapida crescita delle nuove industrie nel terziario avanzato e nei servizi alle persona.

Il Washington Consensus è poi divenuto il testo di riferimento di una politica economica nettamente orientata alla liberalizzazione, privatizzazione, deregolamentazione, in un contesto macroeconomico rigidamente caratterizzato da pareggio di bilancio e neutralità monetaria.
La nozione di economia della conoscenza è uno dei primi tentativi di offrire una chiave di lettura positiva della trasformazione strutturale, legata al passaggio dalla manifattura ai servizi, facendo riferimento a un termine proprio e idiosincratico piuttosto che a una negazione deindustrializzazione, post-industriale, post-moderno). L’elaborazione di questa espressione è il frutto, per un verso, della piena maturazione del processo di rasformazione nei paesi anglosassoni, per l’altro, del progressivo convincimento, da parte della classe dirigente eurocontinentale, della difficoltà di difendere con strumenti tradizionali il blocco sociale legato all’industria manifatturiera. Il termine economia della conoscenza, dunque, è il prodotto di un compromesso interpretativo e progettuale, elaborato in sede Oecd e poi adottato dalla Commissione Europea, in cui le prospettive dell’abbandono dell’industria manifatturiera, come dell’agricoltura un secolo prima, vengono accolte con favore, piuttosto che con riluttanza. Non solo, il termine economia della conoscenza contiene i primi elementi di un tentativo di partecipare (anziché subire) alla grande trasformazione, facilitando i necessari processi di entrata e uscita delle imprese, ma, al tempo stesso, sostenendo elementi di salvaguardia dei livelli di welfare associati alla tradizione manifatturiera.

I recenti eventi dimostrano che il cammino è ancora lungo, prima che nell’Europa continentale la trasformazione in corso possa essere accolta con favore anche nella società.

Cristiano Antonelli
Università di Torino

 
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