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CREATIVE COMMONS PUBLIC LICENSES
Dall'open source al diritto d'autore
 
 

Le Creative Commons Public Licenses (CCPL) sono sei nuove licenze di diritto d’autore create per offrire modalità di rilascio più flessibili rispetto alla protezione offerta dalle norme vigenti, tipicamente riassunta dall’espressione «tutti i diritti riservati».

Secondo la normativa tradizionale, infatti, quasi tutti gli usi di un’opera devono essere preventivamente autorizzati dal detentore dei diritti.
Gli autori che scelgono di rilasciare le loro opere con licenze Creative Commons, invece, specificano a priori quali diritti, pochi e circostanziati, rimangono riservati, e autorizzano esplicitamente tutti gli altri, favorendo sia la diffusione legale di contenuti sia, dove la licenza lo consenta, la creazione di contenuti derivati.

Il rilascio sotto CCPL di un’opera è segnalato dal logo «Creative Commons - Some rights reserved» e dall’indicazione di nome e indirizzo Internet della licenza prescelta. Quattro fondamentali attributi di licenza, combinati fra loro, generano le sei CCPL: Attribuzione (obbliga a indicare l’autore); Non commerciale (impedisce di usare l’opera per fini di lucro senza esplicita autorizzazione); Non opere derivate (per esempio, l’adattamento cinematografico di un romanzo o la traduzione in un’altra lingua); Condividi con la stessa licenza (per rilasciare lavori derivati con la stessa CCPL del lavoro originale). Un aspetto innovativo delle CCPL è che le licenze sono espresse su tre differenti livelli: il Commons Deed è un riassunto della licenza, corredato di apposite icone esplicative; il Legal Code è la licenza legale vera e propria; il Digital Code è un’espressione della licenza in linguaggio digitale, per permettere ai motori di ricerca e alle altre applicazioni software di identificare la licenza associata all’opera. Quest’ultimo elemento è molto interessante perché, nel caso di contenuti digitali come file audio e video, libri elettronici o pagine Web, la licenza può essere inserita elettronicamente all’interno del lavoro stesso, consentendo di segnalare automaticamente all’utilizzatore gli usi consentiti dell’opera.

Le prime licenze Creative Commons, presentate a San Francisco nel dicembre 2002, erano in lingua inglese e facevano, in alcune parti del Legal Code, riferimento alla realtà giuridica USA. Per facilitare la diffusione delle licenze e massimizzarne l’efficacia giuridica in altre giurisdizioni, Creative Commons ha quindi lanciato l’iniziativa International Commons (iCommons) che ormai coinvolge decine di paesi e consiste, in una prima fase, nella traduzione e adattamento delle licenze alle giurisdizioni nazionali. Per l’Italia, il progetto è seguito da un gruppo di lavoro coordinato da Marco Ricolfi dell’Università di Torino, a cui si sono affiancati, per gli aspetti tecnici, ricercatori dell’Istituto di Elettronica e Ingegneria dell’Informazione e Telecomunicazioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IEIIT-CNR) con sede al Politecnico di Torino. Le licenze italiane sono state presentate nel dicembre 2004, due anni esatti dopo l’introduzione delle CCPL originali, e sono disponibili su www.creativecommons.org e sul sito italiano www.creativecommons.it

Dal suo avvio nel 2002, Creative Commons è cresciuto in maniera molto sostenuta e si stima che siano oltre 13 milioni le pagine Web contenenti materiale rilasciato sotto CCPL, ovvero un universo di musica, video, fotografie, dispense universitarie, riviste, romanzi che circolano sulla rete con poche, chiare limitazioni alla fruizione e condivisione. Tra gli esempi con maggiore risonanza ci sono il progetto OpenCourseWare del Massachusetts Institute of Technology, che offre tutto il materiale didattico del MIT sotto CCPL, e il progetto Connexions della Rice University di Houston, iniziativa nel campo dei moduli di e-learning.

Tuttavia, fra i sostenitori di questo sistema non ci sono soltanto celebri università, a cui i contenuti di eccellente livello rilasciati con licenze Creative Commons garantiscono un ritorno d’immagine che si traduce nella selezione dei migliori talenti intrenazionali, con ritorni economici importanti. Anche multinazionali come IBM, infatti, con un miliardo di dollari investito in software libero, e Nokia, che recentemente ha rilasciato materiale grafico sotto CCPL, si stanno interessando a modelli economici misti, in cui alcuni prodotti sono liberamente accessibili, ed altri, a forte valore aggiunto, restano proprietari.

Ciò dimostra, per la parte del mondo imprenditoriale più in sintonia con le conseguenze - multiformi e radicali - della rivoluzione digitale, la consapevolezza che il sostegno di un sistema sociale che incentiva e valorizza lo scambio creativo e autoriale favorisce l’innovazione e lo sviluppo economico.

Juan Carlos De Martin
IEIIT-CNR, Creative Coomons Italia

Questo articolo e´ rilasciato con la licenza Creative Commons “Attribuzione-Condividi allo stesso modo”, www.creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/it

 
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