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DA SILICON VALLEY A SALERNO
Classe creativa e vivacitŕ del territorio
 
 

L’informazione, con i suoi diversi gradi di complessità, è il motore dell’economia della conoscenza. È una prima semplificazione, ma un buon punto di partenza.

Quando si parla del passaggio verso la knowledge economy, un viaggio di proporzioni storiche che coinvolge in tutto il mondo individui, imprese e territori, è utile usare una definizione in grado di andare al cuore del fenomeno. Come indicano le statistiche sulla classe creativa, settori sempre più ampi della società sono impegnati nella produzione di idee, ma per molti secoli questa è stata la condizione privilegiata di una minoranza. Una bussola per il prossimo futuro? Se in una città si concentrano sempre più persone occupate in professioni basate sulle idee - e su altri soft-input come le informazioni, la conoscenza, il sapere, la creatività - ciò significa che questa città è in buona forma.

Tracce del passaggio in cui ci oggi troviamo sono rintracciabili nelle pieghe della storia, dove alcuni punti di svolta che hanno anticipato il nostro presente, se riconosciuti, possono servire a orientarci meglio nel futuro. Nel XII secolo, le scuole nate attorno alle grandi cattedrali erano un magnete per un bacino di studenti di talento, provenienti da tutta Europa: fu una prima grande prova del potenziale di mobilità delle persone in un continente sempre più unito da reti di trasporto, tradizionali intellettuali, modelli economici. Parigi era a quell’epoca la nuova meta di studenti e insegnanti, contro i tradizionali centri di insegnamento monastico meno aperti ai flussi internazionali. In pochi decenni le scuole delle cattedrali erano diventate università medioevali con un vero e proprio riconoscimento legale. Oltre a Parigi, casi storici di questa avventura intellettuale sono Oxford, Montpellier, Salerno e Bologna.

La storia genera sorprese anche nei momenti più drammatici: nel 1884 muore a Firenze il quindicenne Leland Stanford, per un’improvvisa febbre tifoidea. Per commemorare il figlio scomparso, il padre, un ricco uomo d’affari californiano, fonda nel 1891 l’Università di Stanford, nata in pieno deserto, ma pronta ad accogliere in pochi decenni inventori del calibro di David Packard e Bill Hewlett (fondatori di HP) e a porre le fondamenta di Silicon Valley.
San Jose, la “capitale” di Silicon Valley, con i suoi sobborghi a bassa densità, la sua élite di residenti dotata di eccezionali competenze, le sue decine di migliaia di imprese spesso fondate da immigrati asiatici, è oggi impegnata a dirigere il proprio passaggio verso l’economia della conoscenza, seguendo sfide simili a quelle di altre città: far crescere nell’area metropolitana centri per favorire lo scambio di informazioni e le relazioni, attirare talenti da tutto il mondo, identificare i settori ad alta tecnologia adatti ad impiegare al meglio la base economica e il profilo della manodopera locale, far emergere dalle università imprenditori capaci di proporre le innovazioni vincenti, investire in cultura e qualità della vita.

Dal 1993 al 2000, San Jose ha guadagnato 282.000 posti di lavoro grazie soprattutto a Internet, ai semiconduttori e alla new economy. Dal 2001 al 2004, dopo lo scoppio della “bolla”, ne ha persi circa 200.000: anche Silicon Valley si interroga sui punti di forza da cui ripartire. Il suo piano strategico parla di «distruzione creativa» nel senso che «le imprese locali operano in un mondo in cui il cambiamento è rapido, continuo e repentino e San Jose non avrà in futuro una struttura fissa di imprese, posti di lavoro o settori». Al tempo stesso la città mantiene viva l’attenzione sul nuovo: «dalla forza tradizionale nei semiconduttori e nei materiali per computer ci stiamo spostando verso il software, i servizi a supporto dell’innovazione e le bioscienze». San Jose ha una classe creativa che si attesta intorno al 32% della forza lavoro, contro il 23,6% di Bologna e il 22,18% di Salerno e una composizione di talenti che presenta certamente molti punti a suo favore. Che insegnamento possiamo trarne? Forse i talenti europei dovrebbero tornare a muoversi tra Parigi e Salerno, per stare al passo con i talenti californiani (molti dei quali di origine vietnamita).

Giovanni Padula
Creativity Group Europe e CityO

LA RICERCA
Queste stime fanno parte di una ricerca, in via di pubblicazione, condotta da Creativity Group Europe su 103 province italiane, seguendo la metodologia delle 3T - Tecnologia, Talento e Tolleranza - dell’economista americano Richard Florida. Florida è docente alla George Mason University di Washington DC e partner di Creativity Group.

 
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