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COME LIBERTA' E COME RISORSA
Formazione e mercato del lavoro
 
 

Da almeno due decenni si afferma che la soluzione per far coesistere sviluppo socio-economico ed equità sociale consista nell’aumentare il livello di formazione della popolazione. La stessa Unione Europea si pone l’ambizioso obiettivo di trasformarsi nella più avanzata società della conoscenza del mondo.

Studi e ricerche sembrano corroborare l’idea che si tratti, nel primo caso, di una ipotesi empiricamente fondata e, nel secondo, di un obiettivo realistico, seppur difficile da raggiungere. Tuttavia se guardiamo l’Italia e il Piemonte, lo scarto tra proponimenti e realtà appare consistente; spesso le scelte nel campo delle politiche formative sono incerte e contraddittorie nei fini, dispersive e inefficienti nei mezzi, anche se è noto che la politica della formazione, per dare frutti, richiede azioni selezionate e sforzi continuativi e coerenti.

Una prima direttrice d’azione può essere di aumentare il livello di scolarizzazione, nel segmento della scuola superiore e universitario, con una forte priorità all’aumento della scolarizzazione di base per i giovani compresi nella fascia 14-18 anni. Il livello di istruzione delle forze di lavoro occupate in Italia è significativamente più modesto di quello degli altri paesi dell’Unione; in termini di classifica il nostro paese occupa il tredicesimo posto: hanno prestazioni peggiori solo Spagna e Portogallo. Tale situazione non è soltanto il riflesso delle passate arretratezze del sistema di istruzione, è anche il risultato di politiche recenti che non hanno saputo colmare il divario con gli altri paesi europei, sebbene in tutti (Italia compresa) i giovani risultino sempre più istruiti. Nel campo della riforma della scuola media superiore, la recente scelta del legislatore, di inserire precocemente giovani di 14 anni in percorsi di formazione professionale, evoca l’immagine di chi vuole andare verso il futuro camminando in realtà incontro al passato.

La seconda direttrice d’azione può essere di sostenere lo sviluppo professionale dei lavoratori, nel corso del lavoro e durante il transito tra un lavoro e l’altro (o tra lavoro e non lavoro). Le politiche formative dovrebbero attenuare il pericolo di dissipazione di competenze, generato dalle discontinuità professionali e dalle incertezze del lavoro, che spesso caratterizza le fasi di transizione; anzi, dovrebbero connettere le competenze relative a diverse esperienze lavorative in ceppi professionali coerenti e, quindi, dotati di una certa forza produttiva. Ciò è tanto più necessario nelle economie contrassegnate da forti processi di riaggiustamento industriale, come accade oggi in Piemonte. Inoltre, la formazione dovrebbe preservare il potenziale di produttività della forza lavoro - messa in discussione dalla riduzione del ciclo di vita delle competenze, legata alla rapidità e imprevedibilità del cammino dell’innovazione scientifica, tecnologica e organizzativa - nel corso dell’intera vita lavorativa.

La terza direttrice d’azione può riguardare l’uguaglianza delle opportunità di accesso alla formazione. La formazione è una risorsa socialmente ambivalente che può servire ad attenuare le diseguaglianze sociali, culturali, professionali e di reddito, ma anche ad acuirle, secondo gli obiettivi posti e la distribuzione delle risorse. L’azione pubblica può essere orientata a contrastare le tendenze alla diseguaglianza sociale, garantendo anche alle fasce più svantaggiate (lavoratori anziani dequalificati, immigrati, donne al reingresso nel mercato del lavoro) l’accesso ai processi di apprendimento.

La quarta direttrice può essere di progettare politiche di formazione che siano effettivamente strumenti di libertà per la persona. In questo senso, la formazione può essere una protezione (tutela passiva) che consente al lavoratore di mantenere un suo autonomo margine di libertà, quando è chiamato a confrontarsi con avvenimenti negativi, come il rischio di perdere il lavoro o di essere professionalmente emarginato, perché in possesso di competenze con scarso potenziale di produttività. In seconda battuta, la formazione può essere concepita anche strumento di libertà per fare qualcosa di desiderabile. In questo caso essa si presenta come una forma di tutela attiva, una dotazione di risorse per progettare, sulla base di strategie autodeterminate, percorsi di crescita professionale e di sviluppo sociale.

Perseguendo con continuità e coerenza queste linee d’azione, sarebbe forse possibile pensare, come preconizzato dalla strategia di Lisbona, lo sviluppo delle capacità delle persone e della loro libertà come condizione di sviluppo economico e sociale.

Giancarlo Cerruti
Ires - Cgil

 
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