contatti english version Associazione Chiamparino.wav
 
Torino Internazionale  
 
 
 
Torino - 8 maggio 2006   english   help   contatti   mailing list
 
 
Piano Strategico 2
Tamtam
Editoria
Agenda
Rassegna Stampa
Piano Strategico 1
Piano Strategico 2
 
Home | tamtam | Archivio | Anno 2005 | 2005/3 | Cambiano le condizioni
 
CAMBIANO LE CONDIZIONI
Il distretto dell’automobile
 
 

Quanto è cambiato il modo di progettare automobili negli anni recenti?
E quanto è cambiata la Torino dell’auto?

Due domande apparentemente banali a cui si tende a rispondere più per il cambio degli strumenti - non così interessanti perché frutto di una semplice evoluzione tecnologica - che per la mutazione sostanziale dei concetti e del mercato. Due domande cui è fin troppo facile dare risposte ancor più banali o compiacenti o di maniera, che però continuano a danneggiare la Torino dell’auto.

Da anni leggiamo e scriviamo che il modo di disegnare le automobili è cambiato perché i mouse e i moderni programmi hanno sostituito la matita e la carta, perché si è contratto il time-to-market ed è migliorata la qualità. Da anni leggiamo che Torino ha educato a fare automobili tutti i paesi emergenti, con i suoi carrozzieri diventati design machines capaci di fornire non solo stile, ma servizi completi dal foglio bianco alla ingegnerizzazione e prototipazione e, in alcuni casi, alla produzione di vetture di nicchia. Ma non è cambiato solo questo. Soprattutto questo non serve a costruire la Torino di domani. Sono cambiate le condizioni al contorno del fare design.

Da oltre un decennio, tutti i grandi costruttori di automobili hanno compreso l’importanza del design fino a considerarlo core business della marca e hanno ampliato i design centre interni. Allo stesso tempo la proliferazione di scuole di design nel mondo ha prodotto un numero di potenziali creativi come mai in passato, al punto che l’offerta ha di gran lunga superato la domanda. Inoltre, molti professionisti del settore car design (designer, modellatori, progettisti, prototipisti) hanno lasciato i centri stile che li avevano formati e hanno iniziato una propria attività imprenditoriale indipendente con aziende di dimensioni variabilissime.

La sommatoria di tutti questi fattori ha creato un’esplosione dell’offerta di servizi (figurini, modelli, prototipi) che ha fatto diventare fortemente competitivo il mercato delle attività di car design con una corrispondente riduzione della profittabilità. In questo contesto, Torino è entrata nel terzo millennio con una moltitudine di operatori diversissimi per estrazione, cultura, dimensione, capacità: un grande supermarket senza guida agli acquisti.

A fronte di una globale contrazione della domanda dei centri stile delle case auto tradizionali, si è registrato un incremento della domanda dei paesi emergenti nel settore auto (e fra questi la Cina sta facendo la parte del leone). Questo consumismo del car design - è consumismo perché chi compra spesso non sa cosa compra e perché lo compra; e perché il prezzo non viene imposto dalla qualità di cosa si vende, bensì dal budget di chi compra - sta frammentando e logorando una Torino dell’auto che fatica a difendere la sua forza d’urto verso i nuovi venuti, ad esempio aziende di progettazione indiane, che vendono l’ora lavoro a un quinto del costo dell’ora lavoro torinese, o nascenti gruppi cinesi o consolidati fornitori giapponesi, non più così coperti di lavoro dalle case nipponiche. E non bisogna dimenticare che la velocità di apprendimento è aumentata in modo iperbolico rispetto a cinquant’anni or sono.

Torino, non dimentichiamolo, è uno dei pochi posti al mondo dove ci si può sedere intorno a un tavolo e fare un’automobile solo con la competenza di sommare tutti i fattori necessari e sufficienti; ma se si sommano fattori casuali non necessari e non sufficienti si rischia di distruggere il brand Torino per sempre e oggi, per non perdere credibilità, occorre non sbagliare mai. In questa nuova competitività non è facile dare ricette per riaffermare il ruolo di Torino negli anni a venire, ma certo fra gli ingredienti dobbiamo metterci l’onestà intellettuale e la volontà di vendere servizi di qualità e dire cose spiacevoli se queste sono vere; e non solo di dire sempre sì all’acquirente inesperto, accettando gli obiettivi di costi e tempi irraggiungibili da lui proposti e acquisendo lavori che lasceranno scontenti entrambi, dirottando poi la committenza verso altri lidi.

All’amante di una sera si può promettere la luna, a chi si spera di avere al proprio fianco per una vita occorre trovare la forza di dire anche le cose spiacevoli che sono poi i mattoni su cui costruire qualcosa per il domani. Tutto questo non per essere pessimisti, ma per difendere il ruolo di Torino nel mondo dell’auto con ottimismo e senso di realtà, puntando sulla competenza e magari cambiando certi modelli di business che si dimostrano ormai obsoleti; e non continuando a sognare ad occhi aperti, riproponendo un mondo che non c’è più.

Roberto Piatti
Stile Bertone

 
 © Torino Internazionale 2006