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Home | tamtam | Archivio | Anno 2005 | 2005/3 | Il designer e' un alchimista
 
IL DESIGNER E' UN ALCHIMISTA
Dagli style magazine all’arte contemporanea
 
 

Alla fine degli anni Novanta il graphic design ha conosciuto un nuovo slancio. Sono gli anni in cui importanti compagnie internazionali cominciano ad affidare incarichi a gruppi creativi di piccole dimensioni, agili, adaptive.

Questi gruppi ignorano i job title e gli account, facendo di colpo sembrare le grandi agenzie pubblicitarie dinosauramente desuete nell’organizzazione e poco competitive nell’offerta creativa. Sono gli anni in cui emerge il concetto di graphic authorship che legittima la grafica ad accedere a un rango non solo intellettualmente più elevato, ma anche commercialmente più efficace. Sono gli anni in cui alcuni pionieri, sostenuti dalla proliferazione degli style magazine, rendono concrete le contaminazioni tra il mondo dell’immagine e la musica, l’arte, lo stile di vita, diventando di colpo star mondiali: dalla West Coast degli Usa, con le pagine decostruite di ‹Emigre› e quelle piene di affascinanti “errori” tipografici di ‹Raygun›, disegnate da David Carson, che ispireranno un’intera generazione di Mtv, passando per la Sheffield di Designers Republic, con un superlativo, minimale approccio visivo, fino alla Londra di Tomato dove tutte le emozioni convergono in un nuovo modo di interpretare l’advertising.

Negli stessi anni, anche a Torino succede qualcosa e nell’impulso a reinventare sé stessa, la città punta sulla creatività. Esplode la scena del clubbing, connessa soprattutto alla riconversione dei Docks Dora in polo dell’entertainment notturno. La dj-culture è all’avanguardia, promossa principalmente dall’attività di Xplosiva. Grazie a questi due fattori, in pochi anni Torino assiste a una proliferazione di produzione grafica, flyer soprattutto: diventa necessario per i nuovi locali avere un’identità propria.

Parallelamente aumenta nel giovane pubblico la percezione della grafica come elemento determinante nella formulazione del proprio giudizio qualitativo: la ricerca estetica dei graphic designer è connessa alle nuove esigenze di questo pubblico e ciò contribuisce a creare un sistema che si autoalimenta.
Anche l’editoria ricomincia a pulsare. Negli anni successivi alla nascita di ‹Label› (col numero zero uscito ad aprile 1997) prendono vita molte fanzine, alcune tuttora esistenti. Nel 2001 ‹Label› viene lanciata sul mercato internazionale come primo style magazine italiano; distribuita in 19 paesi, è tuttora riconosciuta come una delle riviste più influenti presso un pubblico di young adult, e originali dal punto di vista dell’art direction e della grafica. L’avventura editoriale indipendente dei Labellers è seguita dal lancio di altre riviste come ‹Baco›, ‹Uovo›, ‹Cluster›. Negli anni più recenti, la grafica gioca un ruolo centrale nello sviluppo dell’identità di Torino come capitale dell’arte contemporanea.

Le principali istituzioni del settore decidono progressivamente di affidare la propria comunicazione a giovani creativi. Il gruppo Bellissimo, nato dallo stesso nucleo di ‹Label›, ha curato il restyling dell’immagine e il lancio della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la comunicazione di eventi come Big Torino 2002 e Artigiano Metropolitano, disegnato i siti internet della Gam e della Fondazione Torino Musei. BoletsFernando cura da alcuni anni l’immagine di Artissima, mentre il gruppo 515, con la gemella Associazione Adelinquere, promuove la scena locale. Queste collaborazioni sono la testimonianza più evidente della stretta connessione tra il mondo artistico e un crescente numero di realtà professionali autodidatte di editori, grafici, designer, copywriter, in perfetto equilibrio tra un’avvincente indipendenza creativa e una peculiare formula di continuo apprendimento e aggiornamento.

Se torniamo a guardare quello che succede nel mondo - e questo è importante nel momento in cui Torino è nominata World Design Capital per il 2008 - vediamo che la cultura contemporanea, tranne in alcuni paesi più eloluti grazie all’eredità del Modernismo, ha imposto una visione nebulosa e dunque impoverita del termine design, intendendolo come qualcosa di accessorio, qualcosa di concreto, qualcosa di elegante, come fattore determinante nella scelta del consumatore.
A discolpa di questa accezione, già nel 1969 Norman Potter diceva: «Ogni essere umano è un designer. Molti si guadagnano anche da vivere grazie al design - in ogni campo che garantisce una pausa, e un´attenta considerazione, tra il concepimento di un’azione, il dare forma ai mezzi per realizzarla, e una stima dei relativi effetti». (la citazione è tratta dal saggio What is a designer).

Da un po’ di anni il dibattito sul design dilaga, anche al di fuori delle riviste di settore. In realtà, si è tornati a parlare di design da quando un’altra parola magica, la creatività, è vista come chiave del progresso economico, dello sviluppo tecnologico, del benessere sociale, in un mondo che affronta la competizione su scala globale. Ma la creatività è sterile, senza organizzazione. E in un altalenante equilibrio tra le due, ecco riemergere il design come impulso a riconciliare le due forze. Parallelamente molti designer, soprattutto nel Nord Europa e negli Stati Uniti, rivendicano il proprio impegno verso alcuni temi sociali, dal lavoro alla casa, dal corpo al gioco, desiderosi di contribuire al miglioramento della vita umana.

Ma se da un punto di vista ideale e in prospettiva futura, il designer è, come dice il presidente dell’Art Center College of Design di Pasadena Richard Koshalek «the alchemist of the future», lo stratega che insegna alle aziende come essere creative, nel quotidiano è soprattutto un catalizzatore di tensioni opposte.
Il designer è infatti allo stesso tempo co-autore dello spirito consumistico delle corporate che lo incaricano di lavorare e osservatore privilegiato che sente il dovere di esprimere una voce che aiuti la società a non prendere le cose per scontate, a innovare, a cambiare vita per trasformare il mondo. Potremmo dire che, in questa costante tensione tra un mondo che ispira fiducia e uno scenario sempre più critico, ci sono designer della nostalgia e designer della felicità. Ci sono quelli che costruiscono pian piano, partendo dal basso e accumulando pezzi belli e coerenti, riflettendo sulle alternative a ogni mossa, e quelli che compiono gesti visionari, gloriosi, quasi mediatici, con un tempismo perfetto. Comunque la si pensi, c’è bisogno di entrambi.

Luca Ballarini
Label / Bellissimo

DESIGN COMMUNITY
www.turn.to.it
Turn è l’associazione culturale nata nel febbraio 2005 che attualmente riunisce oltre 100 studi professionali torinesi per un totale di 300 designer, architetti, grafici, copywriter emergenti. Nell´idea di Turn il concetto di design è centrale e strategico: partendo dalla definizione di tre principali categorie - product design (things), environmental design (places), communication design (messages) - Turn riconosce al termine un´accezione ampia e aggiornata che riflette la vocazione del designer a porsi domande sulla società, e la sua volontà a cercare un nuovo ruolo affidandosi alla propria capacità di fornire risposte creative. Turn intende diffondere la cultura del design e operare tramite azioni ad ampio spettro che riguardino l´ideazione, l´organizzazione, la produzione e la promozione di progetti a tema, attraverso attività divulgative, confronti, formazione, concorsi.

PROGETTARE IL CIBO
www.food-design.it
Food Design è la manifestazione, nata nel 2001 e curata dal gruppo ONE Off, per legare arte, cibo e design. L’edizione 2005 (21-24 ottobre, Salone del Gusto) ospiterà 40 progetti selezionati attraverso un concorso internazionale; negli stessi giorni una mostra allestita nel Cortile del Maglio ospiterà 30 artisti, spaziando dalla pittura alla fotografia, dal video alla performance. Le edizioni 2002 e 2003, con 25 opere il primo anno e 50 il secondo, sono state seguite da 5.000 visitatori. Nell’edizione 2004, passata da 1 a 4 giornate, erano presenti 75 opere e 10 maestri pasticceri che hanno impiegato per realizzare alcune opere 1.000 Kg di zucchero, 500 kg di riso, 50 Kg di cioccolato. Cinque progetti presentati da designer nel corso delle tre edizioni passate sono attualmente in produzione.

CIOCCOLATO E FERRARI
www.ied.it
‹Chocolate Design› è un percorso di progettazione sul cioccolato, realizzato dall’Istituto Europeo di Design di Torino in collaborazione con il cioccolatiere Guido Gobino. Durante un percorso didattico, durato oltre tre mesi, gli studenti hanno sviluppato 12 prototipi di cui 3 sono stati effettivamente realizzati in occasione di CioccolaTò 2005. I cioccolatini d’autore, Cioccoride (design di M.Cornaglia e M.S.Marino), Fondo (design di D.Ragona) e Riccio (design di A.Perugini), sono stati prodotti in 4.500 esemplari e offerti in degustazione al pubblico durante la manifestazione. ‹Ferrari: i nuovi concept del mito› è il concorso internazionale lanciato dalla casa automobilistica di Maranello alle quattro maggiori scuole di car design del mondo: College for Creative Studies di Detroit, Coventry School of Art and Design di Coventry, Tokyo Communication Arts di Tokyo e Istituto Europeo di Design di Torino. Al concorso, che si è protratto per tutto il 2005, hanno partecipato 28 studenti torinesi, proponendo 13 modelli in scala, di cui 5 sono arrivati alla selezione finale. La premiazione avverrà a Maranello il prossimo 18 novembre.

 
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