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IL PIENO DEL VUOTO
Intervista a Kengo Kuma
 
 

Kengo Kuma si presenta all’incontro con puntualità proverbiale.
Approfittando di un suo viaggio in Europa, il Comitato Valdo Fusi l’ha invitato per esporre le prime linee progettuali sulla riqualificazione dell’omonimo Piazzale.

Questo giapponese, considerato uno dei maestri dell’architettura contemporanea ma quasi sconosciuto in Italia, è uno dei quattro professionisti stranieri che hanno superato la prima selezione del concorso. Nella piccola sala conferenze di Atrium si siede per selezionare le fotografie che, da lì a poco, userà per raccontare al pubblico la filosofia del suo lavoro, accompagnato da un giovane architetto, anche lui giapponese, che parla in italiano e conosce il nostro paese. Poco prima dell’inizio, è piuttosto concentrato. Le braccia conserte, la schiena appoggiata, l’abito scuro e lo sguardo avanti sono i segnali che sta esercitando la pazienza per aspettare gli ultimi arrivi in sala: è preciso e si aspetta che il programma venga rispettato.

Ha lo sguardo mobile, prima molto attento e serio, dopo familiare e sorridente mentre parla di emozioni con voce amabile entrando subito in sintonia con il pubblico.
Ha un modo di esprimersi limpido e semplice anche quando si sofferma su minuscoli dettagli, ha un aplomb da padrone del tempo. Ci parla dell’importanza della natura che trasfigura, nei suoi progetti, impiegando materiali noti con modalità inaspettate. Ci parla della presenza del vuoto come si trattasse di un pieno: lo spazio che divide gli oggetti è un luogo che si manifesta con forza in ogni suo progetto. Ci sembra che questa personalità permei il suo lavoro di architetto più di quanto avremmo potuto immaginare.

Iniziamo la nostra conversazione dal concetto di Ma, il vuoto. Per quel che abbiamo compreso durante la sua conferenza esso appare anzitutto come protagonista del vostro pensiero, una concezione piuttosto giapponese. Come pensa che l’uomo occidentale, così attratto dalla possibilità di riempire lo spazio, possa accostarsi alla nozione del Ma?
Non credo che la concezione del Ma sia eminentemente giapponese, in realtà nelle città italiane si conosce questo concetto. Ce lo dice la mappa di Agostino Noli, cartografo del XV secolo, tracciata proprio a partire dagli spazi vuoti. È piuttosto l’idea americana che si pone agli antipodi di questo concetto perché essendo l’America un grande paese dove tutto è isolato, paradossalmente, essa rifugge dall’idea di vuoto.
Invece in Europa e in Giappone dove gli spazi sono congestionati, ne riconosciamo il valore.

Colpisce la sua affermazione di voler essere il giardiniere del XXI secolo. Che differenza c’è fra un giardiniere del XXI secolo e un architetto paesaggista?
Si può rispondere a questa domanda percorrendo ancora una volta la distinzione fra America e Giappone.
In America, dove è nata questa specialità, i paesaggisti considerano i giardini come opere d’arte, ma non esiste nella loro progettazione una relazione fra il giardino e gli elementi architettonici. In Giappone, invece, il giardiniere progetta il giardino insieme a tutti gli elementi in esso presenti, incluse le architetture che entrano in tal modo a far parte del giardino stesso.

Veniamo all’argomento della riqualificazione delle tre piazze oggetto del concorso. Si tratta di un progetto piccolo rispetto agli incarichi a cui è abituato: che cosa l’ha interessata? E come vede la presenza di una doppia giuria, tecnica e popolare?
Questo è un momento storicamente molto importante per la progettazione.
La riqualificazione dell’esistente è il tema principale dell’architettura del XXI secolo, insieme al tema di come recuperare gli errori.
Delle tre piazze in concorso, forse piazzale Valdo Fusi rappresenta effettivamente un errore, allora io mi domando: come possiamo trasformarlo in un successo? È questa la meta progettuale che mi sono prefissato e, in questo senso, la dimensione non ha molta importanza. Il fattore della misura è stato più importante nel Novecento, un’epoca di espansione, mentre adesso ci troviamo in un’epoca di maturità, pertanto ciò che importa è il significato del prodotto nella sua specificità.

Durante la conferenza ha introdotto l’idea della piazza come salotto. Ci può spiegare meglio?
Ho fatto l’analogia del salotto perché le tre piazze in concorso non sono luoghi rumorosi, sono appena un po’ discoste dal centro. Non sono sale da ballo, ma salotti dove ci si può rilassare, riposare e parlare. Per progettare un salotto, dal momento che il perimetro è già stato fissato, è importante chiedersi come sistemare gli elementi di arredo.
Sulle tre piazze io penso che sia meglio non decidere tutto, limitandomi a progettare una struttura portante entro cui saranno i cittadini, i giovani architetti e i designer a decidere elementi di arredo e opere d’arte. In questo senso, io intendo queste piazze come uno spazio museale.

Torino è stata città ospite di una edizione delle Olimpiadi Invernali dove molta attenzione è stata dedicata al tema dell’ambiente e della sostenibilità. Eventi così importanti sono favolosi attrattori d’investimenti e portano vantaggi indiscutibili per il rilancio del territorio. Tuttavia ci sono anche dei rischi: qual è l’atteggiamento giusto?
L’enorme affluenza di pubblico può influire negativamente sull’ambiente. Torino si è trovata di fronte a una grande prova, perché tutto il mondo ha tenuto gli occhi puntati sulla città, prestando attenzione non soltanto agli eventi sportivi, ma a tutte le operazioni collegate.
L’Olimpiade non va affrontata con un approccio di tipo conservatore, ma come una vera e propria sfida anche sul piano della sostenibilità. L’evento è un’occasione per avviare collaborazioni con le aziende che, naturalmente, colgono l’occasione per farsi pubblicità; ma la collaborazione con le imprese non impedisce di creare un sistema ecologico e un’economia sostenibile.

Intervista a cura di Federica Maino

 
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