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Piano Strategico 2
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LILLA' E BANDIERA
 
 

Zsuzsa abitava in una casa sulla collina dietro le concerie. Erano fabbricati alti e aperti, senza pareti, e a ogni piano le pelli pendevano ad asciugare al vento salmastro che spirava dal mare. Gonfiandosi appena nel vento, parevano pipistrelli giganteschi sospesi a testa in giù e addormentati. Per anni si era parlato di demolire le vecchie concerie e di costruirne di nuove altrove, più lontano dalla costa. Il piano non si era realizzato a causa di un avviso dell’ufficio d’igiene della città. Se si fossero abbattuti i vecchi capannoni, minacciava l’ufficio d’igiene, i milioni di topi che ci abitavano e vi si riproducevano avrebbero lasciato la collina e invaso Troia. Era in queste concerie che Marius lavorava tanto tempo fa, quando molti uomini tornavano dalla città ancora vivi.
Sulla Collina dei topi, la casa della madre di Zsuzsa era blu. Zio Dima, che a volte lavorava ai dock, l’aveva dipinta con vernice rubata, prodotta appositamente per le piscine. Un blu turchese brillante.
Adesso manca solo il trampolino! Disse Zsuzsa quando Dima ebbe finito di verniciare la casa.
Una settimana dopo zio Dima fu arrestato mentre insieme a due amici cercava di forzare la cassa di un garage di notte sulla tangenziale di Troia.
Il padre di Zsuzsa era scomparso cinque anni prima, senza lasciare traccia. Sulle strade tra le città spesso le persone svaniscono. Qui al villaggio gli uomini abbandonano moglie e figli, ma alla fine se ne ha sempre notizia. Il padre di Zsuzsa era scomparso da due anni senza lasciare traccia, quando una domenica mattina sua madre rientrò a casa con zio Dima. Vi presento la mia ultima scoperta, annunciò a suo figlio, Naisi, e alle due figlie.
La casa blu aveva due stanze. A confronto di alcune delle baracche vicine, era una casa solida. I suoi muri erano fatti di blocchi di cemento, e il tetto di tela cerata, rubata alla marina americana, era ben catramato e trattenuto da assi di legno.
A differenza della sorella più piccola, Zsuzsa era magrolina. Non solo i polsi e le caviglie, ma spalle, petto e fianchi.
Potrebbe passare tra la porta e i suoi cardini, si lamentava la madre.
La gente dice che i corpi rivelano il carattere. Si sbaglia. I corpi vengono distribuiti come carte da gioco. Il carattere inizia da come giochi quel che hai in mano. A diciannove anni Zsuzsa aveva l’aspetto di un ragazzino. Eppure era già più femminile di una balia da latte. Ecco che cosa faceva di lei una legge a sé.
La prima volta che incontrò Sucus fu all’uscita di San Giuseppe. San Giuseppe non era una chiesa, ma un carcere, un grande carcere che teneva duemila detenuti. Lei era andata a far visita allo zio.
Come stai, zio Dima?
Dio santo, come credi che stia?
Male?
Non potrebbe andare peggio.
Oggi c’è il sole. Undici maledetti mesi. Che cosa mi hai portato?
Pasticcio di carne, ananas, fegato di merluzzo affumicato.
Fegato di merluzzo! Buon Dio! Solo tua madre potrebbe pensare al fegato di merluzzo affumicato!
E qualche sigaretta.
Zsuzsa, voglio che tu vada da Rico.
Lo odio quell’uomo, zio Dima.
Odi il mio amico?
L’ultima volta ha cercato di mettermi le mani addosso.
E tu non avvicinarti troppo, tutto qua. Voglio che tu vada da Rico e gli dica: Il camion è pronto.
D’accordo.
Che cosa gli dirai?
Che può andare a prendere il camion.
No! Il camion è pronto.
E´ la stessa cosa. Dio buono, che cosa ha fatto tua madre per meritarsi una figlia tanto idiota? Il camion è pronto.
Glielo dirò, zio. Sta’ tranquillo. Qualcuno dovrà pure andare a prenderlo, no?
Digli soltanto: Il camion è pronto. Lui capirà.
Devo andare.
Dammi un bacio.
Qui non è permesso.
Allora dammi la mano.
Ciao, zio.
Ciao, Zsuzsa. Non dimenticartene.
L’entrata della prigione, costruita cent’anni prima, era in mattoni. Sull’arco sovrastante il portone massiccio, che si apriva solo per i furgoni neri addetti al trasporto dei detenuti, c’era un pannello in legno su cui il cartellonista aveva scritto centro correzionale penitenziario di stato. Sopra queste nobili lettere aveva dipinto una bilancia in oro. I pedoni entravano e uscivano da una porticina posta, come un rinvio, all’interno di una delle porte più grandi. Fornitori e pompe funebri si servivano di un’entrata elettronica per accedere all’ala nuova, che si trovava a un altro livello, più in basso sulla collina.
Da Campo-di-Marte, davanti all’entrata principale, si vedevano i dock, il quartiere attorno alla stazione chiamato Budapest, e l’area industriale a nord, sulla quale, nei giorni di canicola quando il mare era simile a un lago, spesso ristagnava una cappa di fumo giallastro color eglefino affumicato. Uscendo dalla prigione Zsuzsa passò dalla porticina simile a un rinvio. All’esterno si trovavano due soldati.
Al passaggio di Zsusza le loro teste si girarono insieme ai loro occhi. Lei indossava sandali, blu jeans e una t-shirt con la scritta stanford university sul petto. Ogni lettera di quelle parole impronunciabili fu sottoposta al loro scrutinio. Le dita di uno tamburellarono sulla canna di una pistola mitragliatrice tenuta nell’incavo del braccio.
Gran bel paio di limoni!
Io sono una donna anziana, eppure non ho dimenticato che sensazione si prova passando accanto allo sguardo di uomini che ti desiderano - con disprezzo o meraviglia. Noi diamo alla luce mostri, santi, e tutti gli altri che non sono né mostri né santi. Gesù di Nazareth e Erode. Buoni e cattivi ci escono di tra le gambe e, quando siamo giovani, buoni e cattivi sognano di ritornarci.
Il soldato capì che Zsuzsa aveva sentito la battuta dal modo in cui aveva cambiato andatura. Più in là dei bambini giocavano con un asino. Nel calore pesante la bandiera nazionale pendeva mollemente dall’asta sulla torretta della prigione.
Gran bel paio di limoncini!
Il secondo soldato seguì Zsuzsa. D’un tratto, come se fosse venuto dal cielo a salvarla, apparve un giovane, in piedi accanto a un muretto su cui aveva sistemato un vassoio dipinto con bicchieri e un termos blu.
Vuole un caffè?
Quanto?
Seicento.
No.
Meglio un po’ di succo di limone! Disse il soldato, lanciando uno sguardo malizioso.
Il giovane con il vassoio dipinto tese a Zsuzsa un bicchiere di caffè, e si piantò con fermezza tra lei e il soldato.
Lo beva, disse. Glielo offro.
Come ti chiami?
Sucus.
Che nome strano per un ragazzo!
Me lo hanno dato da bambino perché vendevo dolci.
Sucus - che sa di zucchero?
Hai indovinato.
Il soldato batté il calcio della sua mitragliatrice con il palmo della mano e girò sui tacchi.
Adesso vendi caffè.
Pago cinquemila per questa posizione.
A chi?
Sucus accennò col capo in direzione delle guardie.
Èun mucchio di soldi.
Qui gli uomini sono disposti a pagare per un caffè.
Sì?
Quando escono di prigione, non quando vanno dentro. All’uscita un uomo che ha finito di scontare la pena ha bisogno di un caffè per assicurarsi che non sta sognando. Ha bisogno di un caffè quasi quanto ha bisogno di una donna. Poi ci sono i visitatori - loro hanno bisogno di un caffè per provare a se stessi che non sono come l’uomo che sono andati a trovare.
Il tuo, là dentro - chi è?
Il mio innamorato, mentì lei.
Quanto deve fare?
Dieci anni.
Diventerà matto.
Uno stormo di storni - come nere schegge che schizzano dal legno colpito dall’ascia - attraversò Campo-di-Marte e si posò sulle tegole nere del carcere.
Non diventano matti, disse Zsuzsa. È la prima cosa che cambia una volta che sei dall’altra parte dei cancelli. Il bisogno di impazzire lentamente scompare, giorno per giorno diventa sempre più piccolo, meno pressante - si mise le palme delle mani contro le tempie, portava quattro anelli e aveva unghie dipinte d’argento - finché un giorno sparisce. È fuori che la gente impazzisce. È più probabile che sia io a diventare matta per prima.
Come si chiama?
Esitò, si guardò attorno e, seguendo il volo degli ultimi storni, vide la bandiera nazionale pendere mollemente dalla torretta del carcere nel calore pomeridiano.
Bandiera, disse.
Bandiera è il suo nome?
Si chiama Bandiera, ti dico.
Strano nome.
E´ per via della sua nascita. È nato per strada, il 7 giugno, festa nazionale. C’erano bandiere dappertutto, ed è venuto al mondo prima del tempo, un mese intero. Era sera e sua madre stava ballando in Alexanderplatz come tutti gli altri quella notte...
Chi te l’ha raccontato?
All’improvviso ci sono stati dei lampi e un rimbombo di tuono sulle colline! E le si sono rotte le acque.
Sucus la guardò in faccia. Aveva occhi grandi, troppo grandi. Lei li chiuse. Lui sapeva che erano scuri, ma non riusciva a ricordarne il colore. Erano grigi o castani?
E poi, in un batter d’occhio, sotto un otto volante, dietro un tiro a segno dove, a avere mira, potevi vincere una bambola a grandezza naturale o un cucciolo di orso, l’ha dato alla luce sull’erba! Continuavano a fare fuoco, mi ha detto lei, e il problema era che non avevano niente in cui avvolgerlo, perciò hanno preso una bandiera da un lampione e lo hanno avvolto in quella. Da allora è stato il suo nome, Bandiera.

John Berger
scrittore

Il brano è tratto da John Berger, Lilac and Flag, Vintage International, 1992, pagg. 5-10.
Lilac and Flag è l’ultimo volume della trilogia Into Their Labours in via di pubblicazione presso la casa editrice Bollati Boringhieri, Torino

traduzione a cura di Maria Nadotti.

 
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