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Torino - 19 settembre 2003
 
 
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ARCHITETTI A TORINO
Un ruolo che cambia per costruire un nuovo modo di abitare la cittÓ.
 
 

Domandarsi se e come cambierà il lavoro degli architetti torinesi in un futuro ormai molto prossimo è intelligente e difficile al tempo stesso. Più che fare profezie, è forse opportuno analizzare le forze in campo, i terreni in cui sanno lavorare, badando agli orizzonti di attesa della comunità locale ma soprattutto al legame tra passato e presente.

Le trasformazioni della città e dell´area metropolitana hanno bisogno di visioni internazionali strettamente legate al territorio.Torino è stata sempre in grado di elaborare attenzione forte all´architettura, e la sua tradizione tecnica, metalmeccanica e industriale è stata fonte di sapere per quelli che lavoravano in quest´area. Tuttavia, gli esiti di questo pensiero sono stati alterni: grandi ricchezze sono andate perdute proprio per un disattento utilizzo delle implicazioni dell´International Style. Con una sciatteria compositiva che procedeva a fianco della speculazione edilizia, il razionalismo ha prodotto edifici senza legami con il nostro patrimonio fatto di pietre, di mattoni e soprattutto di attenti disegni: così - e non solo in periferia - abbiamo brutte case, brutti mosaici vetrosi, grandi vetrate ormai polverose.

Lo sguardo all´internazionale, da parte di noi architetti deve essere uno sguardo attento a quello che avviene fuori senza dimenticare quel che c´è qui ora, uno stimolo e non una semplificazione.

Nel ´600 e nel ´700 abbiamo assistito a trasformazioni urbanistiche e non soltanto architettoniche: gli spazi urbani erano visti non tanto come luoghi in cui inserire oggetti architettonici ma come grandi tracciati urbani, con assi che portavano a Rivoli, a Venaria, a Stupinigi.

Oggi l´attenzione e l´innovazione, a mio modesto parere, dovrebbero rivolgersi alla costruzione di un paesaggio complessivo, e l´architetto dovrebbe creare legami forti tra città e campagna, tra città e territorio; il territorio, in definitiva, dovrebbe entrare, in qualche modo, nella città.

Il tema dell´abitare prende così il sopravvento sul tema dell´architettura, e porta sul tavolo di lavoro dell´architetto torinese la voglia di agire, di disegnare edifici che non sono più macchie in un paese catafratto, ma sono elementi integrati di un paesaggio ricomposto.

Ma come possiamo entrare in colloquio con altri paesaggi europei, molto più omogenei del nostro?

La nostra fortuna è che stiamo assistendo ad un altro cambiamento, oltre a quello infrastrutturale: è mutata la sensibilità della committenza privata. Se è sempre più difficile capire da dove provenga il capitale necessario alla costruzione di opere significative, è invece sempre più assimilabile l´atteggiamento degli operatori privati a quello dei grandi committenti pubblici. C´è sempre più interesse alla qualità: magari con budget di spesa più limitati, ma si è capito che solo la qualità paga, e non in senso astratto ma in occasioni concrete. Gli architetti torinesi, per esempio sui nuovi assi urbani, hanno avuto ed avranno occasione di sperimentare la tentazione di rendere le case abitabili, e non solo le case ma gli spazi su cui si affacciano le nostre finestre: dai balconi ai giardini privati a quelli pubblici.

Questa opportunità si può estendere a tutta Torino, che da città macchina, (in cui l´abitare è subordinato al luogo del lavoro) diventa città da abitare, offendo chances ai cittadini ma soprattutto a quanti vogliono intervenire. Come in città più piccole e all´avanguardia (penso a Reggio Emilia) i nuovi nuclei industriali si formeranno solo se intorno avranno residenze e spazi urbani di qualità.

E i luoghi della residenza saranno sempre più integrati con i luoghi del lavoro che devono affacciarsi anch´essi su spazi ameni: si tratta di un cambiamento di ottica da percepire appieno e da rendere attuale in tutte le sue declinazioni.

Edifici belli in luoghi belli, senza fingimenti o inganni derivati dallo star system architettonico.

In centro città sarà fondamentale completare il lavoro di restauro, non solo architettonico ma anche urbano, mentre in periferia si tratta di recuperare ed inventare spazi, magari anche intervenendo con diradamenti sensati. Il lavoro degli architetti cambierà se saprà diventare progetto dell´abitare; e sono piacevolmente stupito a vedere la linea di continuità che avvicina i giovani progettisti a noi che da tanto, come artigiani di lungo corso, lavoriamo in questo settore.

Èperfino difficile, per chi ha vissuto il periodo delle avanguardie e il ´68, immaginare una non rottura con il passato. Ma è quanto sta accadendo. Sono sempre più numerosi i casi in cui ciò accade: vorrei citare un caso non torinese, quello di Firenze Novoli, dove nove isolati sono in via di realizzazione per mano di nove giovani architetti reclutati attraverso l´annuario di Casabella. Semplici incarichi professionali, con una procedura agile ma selettiva, per una tradizione di eccellenza che diventa futuro.

Aimaro Isola
Architetto

 
 
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