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Torino - 19 settembre 2003
 
 
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PERCORSI PER LA QUALITA' URBANA
Si pu˛ davvero discutere, indirizzare, controllare il formarsi della qualitÓ urbana?
Un sogno, vecchio almeno come il disegno urbano di Priene, appare oggi ancora pi¨ contradditorio.
 
 

La dispersione urbana, l´affermarsi di retoriche della complessità, il relativismo (almeno di facciata) di ogni forma di giudizio estetico, sembrano allontanare anche il confronto su questo tema.
Eppure non si perde occasione, da parte di imprenditori, politici, persino finanzieri, di affermare l´importanza della qualità dell´abitare anche solo per vincere la concorrenza tra sistemi produttivi.
La qualità paradossalmente sembra però appartenere più al marketing urbano, che alle politiche (territoriali ma anche sociali).

Una contraddizione che porta a galla un problema quasi esorcizzato. È davvero arduo pensare ad una qualità urbana (diffusa quindi, non della singola architettura) senza riproporsi il problema di cosa è oggi pubblico, quale sono i limiti che ogni individuo oggi accetta, per raggiungere un valore condiviso.

Non è attraverso i rimpianti (come quelli alimentati ad esempio dal Prince of Wales Institut londinese) che si può raggiungere l´obiettivo di trovare (e mantenere nel tempo) un consenso attorno alla qualità.

Non esistono modelli (formali o ancor più sociali) che garantiscono un esito così complesso. Se davvero un´amministrazione vuole aprire questo fronte, deve attrezzarsi, in primo luogo concettualmente, per affrontare questa sfida. Franco Corsico, allora assessore all´urbanistica del Comune di Torino, aveva avviato questo processo con la costituzione di un Urban Center, oggi dipartimento dello stesso assessorato. Quel processo va ripreso e rilanciato.

La qualità di un tessuto urbano si costruisce definendo sedi di confronto prima, durante e dopo la costruzione di architetture (ancor più di parti di città), legando quelle architetture ad una memoria, che come tutte le tradizioni deve essere continuamente interpretata, ma che non può sposare la tesi dell´innovazione (anche formale) come valore in sé, coinvolgendo attori economici, sociali, ma anche formativi nella discussione proprio di quale qualità si vuole realizzare (e delle rinunzie ai diritti individuali che si devono confermare nel tempo). Ogni scorciatoia su questa strada porta solo alla riduzione di ogni politica sulla qualità a prezioso supporto di populismi (di opposta matrice) oggi così presenti in una società che sembra aver perso il gusto del confronto, il piacere del conflitto sui valori, la forza di garantire regole che durino nel tempo.

La città non si governa se non ricostruendone i tessuti sociali. La qualità, come ricordava un imprenditore come ADRIANO OLIVETTI, si costruisce senza cadere nella trappola di scambiarla con un marchio, con un´immagine di una possibile corporation di Torino.

Il progetto a suo tempo definito da Corsico andava nella direzione giusta. Il problema è attrezzare tutti gli attori della città per partecipare alla discussione, senza esclusioni a priori. La selezione, anche dei valori morfologici, avverrà nel confronto. Il problema sono le regole e l´autorità di chi deve garantire la trasparenza di scelte tanto importanti. La qualità morfologica, era così persino nella Londra georgiana, nasce dalle forme del confronto e dall´attenzione non solo al progetto, ma all´attuazione di quanto si viene concordando.

L´architettura delle città resta e testimonia la capacità di una classe dirigente di definire e realizzare un interesse non privato. Resta anche, come sempre più spesso succede, come monito, quasi indelebile, delle tante incapacità di realizzare questo obiettivo.

Carlo Olmo
Preside della I Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino

 
 
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