2 settembre 2002
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18.02.2002
Serve un piano per andare oltre Torino 2006
di Salvatore Tropea

L?immagine più efficace per rendere l'idea è quella di un aereo che dispone di un ottima riserva di propellente per portarsi in quota ma non per proseguire lungo la rotta. Il propellente di Torino, capitale geoeconomica del Nord Ovest, è dato dalle Olimpiadi invernali del 2006 oltre le quali, al momento, non si vedono progetti apprezzabili. Il rischio è che prenda corpo l'illusione che tale evento sia l'inizio e la fine di tutto, il miracolo capace di attivare il passaggio dalla città industriale del Novecento a qualcosa ancora indefinito. Se ciò fosse sarebbe un grave errore al quale sarebbe difficile rimediare soprattutto in tempi in cui il confronto non è più con questa o quell'altra regione dell'Italia ma con aree europee che viaggiano a velocità da anni Duemila. Per evitare un amaro risveglio occorre muoversi per tempo, avendo bene in mente un percorso. Esistono le premesse per farlo? E, soprattutto, c'è la volontà? Diciamo che si colgono alcuni segnali interessanti. L'ipotesi più verosimile è quella che prevede la costituzione di una società alla quale dovrebbero mettere mano il Comune e qualche altro ente pubblico, gli imprenditori privati, le banche. Insomma una società sul modello di quella che era la Finpiemonte da rivedere e adeguare per composizione, meccanismi e obiettivi alla nuova realtà. Il sindaco Sergio Chiamparino ha già cominciato a sondare il terreno per appurare quali sono le reali disponibilità da parte dei possibili interlocutori. Ne ha già parlato con l'amministratore delegato della Fiat Paolo Cantarella, con i vertici di San Paolo-Imi. Rainer Masera e Luigi Maranzana, con Sergio Pininfarina in quanto presidente della Banca Crt. Se il progetto prendesse piede altre se ne potrebbero aggiungere. Non è escluso il coinvolgimento della Bei e il ricorso al mercato tramite i Boc e ad altre forme di finanziamento simili. L'arco di tempo al quale fare riferimento per poter pensare realisticamente al successo di un'operazione del genere va fino al 2010. Poco meno di dieci anni che comprendono l'appuntamento delle Olimpiadi e dunque una serie di grandi interventi ultimati. Già questo, nelle intenzioni del sindaco, vuoi dire cogliere l'onda lunga, evitando che le Olimpiadi di Torino 2006 restino un fatto isolato nel senso che tutto si esaurisca con l'evento sportivo e col lascito di cattedrale nel deserto di una città e di un suo comprensorio montano che non ha saputo farne un'opportunità di sviluppo. Esistono precedenti del genere e dunque non ci sarebbe da stupirsi: basti pensare al quartiere Flaminio ereditato dalle Olimpiadi di Roma del 1960 e, per altri aspetti più vicini alla realtà torinese, al Palazzo del Lavoro di Italia'61. La consapevolezza di questo rischio dovrebbe permettere di evitarlo. Ma da sola non è sufficiente. Perciò è bene avere da subito un piano inteso come alcune realizzazioni importanti aggiuntive a quelle delle Olimpiadi. A questo proposito si discute su alcune idee di base. La prima è legata al progetto dell'Alta velocità di cui si sta parlando in questi giorni. Esso prevede, com'è noto, la creazione di un grande interporto per le merci tra Settimo e Chivasso, in alternativa a quello già esistente di Orbassano che non sarebbe in grado di assolvere alla alla funzione prevista una volta attivato il grande collegamento Parigi- Lione -Torino - Trieste. Un'altra grande opera potrebbe essere la creazione di un centro universitario di ricerca capace di supportare adeguatamente lo sviluppo industriale di Torino in uno scenario da new economy. C'è poi il capitolo del cosiddetto corridoio 5 e cioè il collegamento multimodale Lione-Torino-Trieste-Budapest-Kiev per il quale una settimana fa il viceministro per il Commercio Estero, Adolfo Urso, ha sollecitato il finanziamento in un incontro con Romano Prodi. Un avvio rapido della discussione potrebbe far crescere il numero degli interventi e dare al piano torinese uno spessore solido prefigurando uno sviluppo del tutto nuovo per l'intera area di Nord Ovest. Se è vero poi che l'operazione Olimpiadi dovrebbe attivare una spesa complessiva, diretta e indiretta, intorno ai 7 miliardi di euro (15 mila miliardi di lire), è facile immaginare come un ampliamento di questo impegno, con obiettivi diversi e diverse fonti di finanziamento potrebbe far salire di molto questa cifra. Si arriverebbe vicini alla soglia di a 15 miliardi di euro, una massa di danaro che se ben impiegata potrebbe dare una salutare sferzata allo sviluppo dell'aria torinese. Naturalmente con effetti immediati anche sul fronte dell'occupazione. Per le opere previste si calcola un deficit di manodopera calcolato sui 15 mila lavoratori per cui c'è da mettere in conto un ricorso alle forze immigrate. Ma proprio perché il progetto aggiuntivo a Torino 2006 ipotizza un salto di qualità si deve mettere in conto anche un progressivo miglioramento della domanda di lavoro. Ciò vorrebbe dire una soluzione del problema disoccupazione ma anche una crescita culturale destinata a non fermarsi alla pur necessaria formazione professionale. E' possibile tutto questo? I contatti sono stati avviati pur con qualche resistenza. Banche e imprese faticano a entrare nella logica di un'adesione aun'ipotesi di sviluppo che va oltre il breve periodo. Non è ancora scattata la molla dell'orgoglio civico. E forse permane l'antico timore di dover mettere mano al portafoglio anche in presenza di piani che non richiedono sacrifici finanziari ma partecipazione. Secondo alcuni ci sarebbe anche qualche residuo di diffidenza tra mondo economico e vertici di Toroc. Se è cosi è bene fare subito chiarezza perché quando tra sei giorni si spegneranno le luci sulle piste di Park City la parola passerà a Torino.

Salvatore Tropea