3 settembre 2002
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28.04.2002
Torino Grandi Valori, intervista a Cesare Annibaldi

"Dall'auto alla scommessa culturale"

Cesare Annibaldi racconta una metamorfosi che sta avvenendo quasi sottovoce: "Ma adesso è arrivato il momento di accelerare, di correre"
"L'arte e il cinema possono essere anche concrete occasioni di sviluppo economico. Ci vuole più ricerca, anche per coinvolgere i non addetti ai lavori"


«Qualche anno fa lo scrittore Alvaro Mutis, quello di «Maqroll il Gabbiere», mi raccontò che in previsione di un viaggio a Torino i suoi amici gli avevano chiesto perplessi perché mai andasse in una città di fabbriche. Mentre lo accompagnavo da Piazza San Carlo a Superga, per caffè e musei, felice di vedere confermata la sua convinzione, andava ripetendo: "I miei amici si sbagliavano". Lui trovava a Torino "affascinante, magica, elegante, austera". Proprio così, ne era innamorato.»
Ma ci si può veramente innamorare di questa città? «E perché no?» risponde Cesare Annibaldi. «Dopotutto è accaduto a molte persone. Ci sarà bene una ragione».
Annibaldi ha avuto quarant'anni per innamorarsi di Torino, tanti quanti ne sono passati da quando nella primavera del 1963 arrivò dalle Marche per approdare direttamente in Fiat, il ragazzo tutto studi che sarebbe diventato uno dei più prestigiosi manager del tipo. Già uomo forte di Mirafiori negli anni ruggenti del confronto duro col sindacato, oggi presidente di Fiat International, nonchè di Palazzo Grassi, della Fondazione Castello di Rivoli, della Commissione imprese e cultura della Confindustria e membro di molte altre Fondazioni e organismi culturali, non ha dubbi.
«Torino ha un fascino tutto suo, basta saperla guardare, osservarla da vicino, viverla sopratutto nelle sue ricorrenti fasi di cambiamento».

Come questa che sta sperimendo adesso?
«Anche. Ma attenzione. Torino ha avuto sempre un fascino straordinario. Da sempre chi vi si è avvicinato ha scoperto questa città che, apparentemente, non sembra avere un'identità la quale si avverte nella complessità dei tanti valori che essa è capace di mettere assieme.»

Sta per caso descrivendo la città della memoria?
«Al contrario. Negli ultimi dieci anni queste caratteristiche si sono avvertite con maggiore evidenza».

Che cosa glielo fa pensare?
«Il cambiamento che è sotto gli occhi di tutti. Si è messo mano a restauri, riordino della città, attività culturali. E'un miglioramento che non si può facilmente misurare ma che c'è. Un mio amico mi diceva l'altro giorno che, tornando a Torino, aveva trovato belli il fiume e la collina,come non li aveva mai visti. Ma il fiume e la collina, dico io, sono lì da sempre. In realtà lui aveva colto la trasformazione della città che aveva di fatto avuto ripercussioni positive anche sulle sue parti che in realtà sono meno suscettibili di cambiamenti. Ecco tutto».

Torino si trasforma, ma la gente va via.
«Per chi ci vive ora Torino offre un'ottima qualità della vita.»

Ma le indagini che ogni tanto vengono pubblicate dicono il contrario.
«Non ci credo.»

Però la gente va via.
«Questo è un problema più serio. Dalla crisi del 1993 Torino sta attraversando un decennio positivo, ha saputo reagire bene, ma non lo ha fatto con la velocità con la quale lo avrebbe dovuto fare».

Non ha tenuto il passo?
«E' diverso. Ha tenuto il passo,lo tiene, ma questo oggi non è sufficiente. Bisogna accelerare, correre di più. E correre è altra cosa che tenere il passo».

Anche in un posto dove c'è il rischio del vuoto dopo la lunga e potente stagione -forse epoca- dell'automobile?
«Non è vero che c'è il vuoto. Gli ultimi dieci anni dicono il contrario. Quando sento parlare di una Torino senza l'industria dell'automobile penso che non sarà così e mi accorgo semmai che siamo in presenza di uno sviluppo più equilibrato».

Provi a disegnare a larghi tratti questa città.
«Scommetto sulla cultura che può avere un doppio effetto. La cultura come motore di sviluppo che può arricchire la città anche sotto il profilo economico e come fattore di trasformazione sociale capace di liberare energie e vitalità. Il cambiamento possibile di Torino è proprio qui».

L'accademia al posto dell'automobile?
«Non è un fatto di sostituzione. La parte cultura non può essere sostitutiva di quella produttiva. Torino è troppo grande e ha una storia che impediscono di diventare città d'arte e basta. Quando dico che la parte culturale ha un suo significato importante intendo sottolineare che in un'economia nella quale tende a prevalere il terziario le opportunità che propone la cultura sono tante e interessanti. Naturalmente a condizione che per cultura non si pensi alla gestione dei beni culturali ma alla produzione di cultura».

Che cosa intende per produzione di cultura?
«Mi riferisco alla ricerca che non deve essere solo scientifica ma anche umanistica, dentro e fuori le sedi canoniche dell'università e delle grandi imprese. Ci sono mille opportunità e Torino ha mostrato di non essere insensibile a questo richiamo».

Pensa al cinema?
«Non solo. C'è, per esempio, l'arte contemporanea».

Ha fatto due esempi che presuppongono la disponibilità di grandi "contenitori" o luoghi appositi. Ci sono?
«In parte sì in parte no. Si può e si deve fare di più. Il cinema è tornato a privilegiare questa città con rassegne e anche come set di produzione. E' questa una conferma dell'intreccio tra cultura e opportunità di sviluppo anche economico. Per la musica Torino ha strutture importanti, di livello qualitativo alto. Ma queste attività, esistenti o di ritorno, abbisognano di essere stimolate. Ecco perché parlo di ricerca in senso moderno, capace di coinvolgere più persone, anche fuori dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori».

E' questa la chiave per la ricerca della vitalità che difetta a Torino?
«E' una delle chiavi. Voglio dire che non basta fare un'ottima mostra una biennale. Servono di battito, coinvolgimento, contaminazioni».

E' possibile immaginare contenitori culturali in una città mono-centrica? E perché Torino ha asssunto questa connotazione per la verità comune ad altre grandi città italiane?
«Nel nostro caso è una scelta degli anni Cinquanta quando, sotto la spinta dello sviluppo industriale accompagnato dal fenomeno dell'immigrazione, si scelse di puntare sul centro abbandonando la periferia».

Provi a ridisegnare Torino versione neo-cultural.
«Penso si debba innanzitutto abbandonare l'idea di intervenire esternamente, aprendo pezzi di periferia con effetti limitati. Sarebbe più interessante creare tisicamente dei centri. Individuare pez- zi di città, aree pedonalizzabilie attrezzarie. Costruire delle isole, più isole collegate tra loro da quel titone culturale nuovo di cui dicevo prima».

E' possibile ancora farlo?
«In molte zone direi di sì. Paradossalmente oggi è più facile. Ma non basta programmare un miglioramento inteso come trastormazione anche vitale, un risanamento come recupero di bellezza immobile, passiva. Ci vuole qualcosa di vitale».

De Gaulle era convinto che i grandi cambiamenti delle città presupponevano poteri forti.
«Certo ci vuole una volontà anche politica, non è solo una questione tecnica. Ma si può iniziare dalla tecnicità per andare a fenomeni di cambiamenti più complessi».

È immaginabile una grande Torino che comprenda nel suo nuovo modello culturale anche un patrimonio che sta oltre la sua periferia industriale?
«Certo che lo è. Penso alla reggia di Venaria come punto di partenza con la sua straordinaria potenzialità. E poi al Castello di Rivoli e Stupinigi e ancora più lontano le altre regge sabaude...».

Ma sono processi lenti.
«Proprio per questo sono convinto che si debba accelerare la marcia e per farlo occorre impegnare tutto il peso politico di cui dispone la città per superare i co- li che rallentano e appesantiscono il cammino».

Lei da dove comincerebbe?
«È indifferente. Una volta inviduate le priorità è soltanto un problema di metodo».

In una città con la Fiat o senza?
«La Fiat e' è e ci sarà. Gli ultimi dieci anni hanno dimostrato che alle preoccupazioni del 1993 e stata trovata una soluzione. La Fiat ha svolto il suo ruolo e continuerà a svolgerlo».
Speriamo.

Salvatore Tropea