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Torino - 21 maggio 2003
 
 
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19.12.2002 - "Il futuro? Più piccolo". Intervista all'economista Mario Deaglio
Torino a rischio declino. Eppure in passato le crisi Fiat ricorrenti in qualche modo sono state assorbite.
Torino vive un declino che ormai si protrae dagli inizi degli anni ’80; ma negli ultimi mi sembra di dover registrare qualche segno di crescita, lungo tre direttrici.
Prima direttrice. La filiera dell’auto in qualche modo si è resa, se non indipendente, perlomeno meno dipendente dalla Fiat e si è collocata o si sta collocando in un contesto mondiale. Non è un caso che molte auto concorrenti della Fiat, vengono almeno in parte, disegnate, ingegnerizzate a Torino, e questa apertura ha anche coinciso con l’intervento di capitale estero. Negli ultimi due anni una cinquantina di imprese piccole e medie sono state acquistate da imprese estere, e però mantengono qui la loro realtà operativa e strategica. Già oggi nell’area torinese vengono fabbricati circa 100 mila veicoli che non sono Fiat.
Le altre direttrici?
Una seconda direttrice è riguarda l’alta tecnologia al di fuori dell’industria automobilistica. In genere sottovalutiamo l’importanza che hanno nel contesto torinese l’aerospazio e l’elettronica; oltre ad Alenia coi suoi alti e bassi c’è anche la Microtecnica (satelliti), e l’ex Cselt che fa ricerche ha 1500 ricercatori che operano in settori specialistici di eccellenza mondiale. Queste realtà, che una volta erano separate, cominciano a parlarsi: e ne risulta un settore curioso, un indotto elettronico che si occupa da un lato della gestione e della sicurezza nelle reti e dall’altra parte dei contenuti. A Torino c’è la maggior concentrazione di piccole imprese che fanno siti web, musica per Internet e simili fino ad arrivare agli spettacoli che hanno una forte componente elettronica. Presso Torino si trova il maggior studio televisivo italiano. E vorrei ricordare ancora il Museo del cinema, anche come creatore di indotto (parliamo sempre di piccole cifre in confronto alla Fiat, però tutte quante fanno una certa massa). Il Museo del cinema ha avuto fino adesso un milione di visitatori, moltissimi dall’estero; attorno ad esso sono nate le rassegne cinematografiche specializzate, con forti componenti di elettronica. Un terzo filone di ripresa è il recupero delle attività tradizionali di una città che è stata capitale, piuttosto raffinata: penso al «Salone del gusto», al restauro di mobili antichi, ai libri di antiquariato, in cui Torino è uno dei punti importanti d’Europa. Un artigianato di alta qualità, che non è certo presente dappertutto.
Torino può scommettere su questi settori?
Queste tre direttrici stanno crescendo, ma tutte presentano qualche livello di debolezza e di fragilità. Il «riassetto» di Torino potrebbe essere dunque questo: meno popolazione, più divario economico e sociale, concentrazione su alcune attività che fanno da «nocciolo duro».L’esito potrebbe essere: a) un nucleo di attività legate all’auto che rimane a Torino che comprenda le «parti pensanti» del processo produttivo; b) l’area delle applicazioni dall’elettronica da quelle più tecniche a quelle legate all’arte; c) gli artigianati tradizionali. Questa è una possibile «evoluzione» di Torino. Ma il processo non sarebbe, in ogni caso, indolore: probabilmente ci ritroveremmo con una città più piccola e con divari che tendono ad aumentare: una parte di popolazione che guadagna poco probabilmente emigrerebbe (perché nella Pianura Padana ci sono opportunità di guadagno migliori). Si accentuerebbe l’emigrazione dei giovani, e il pendolarismo verso Milano. Ancora, ci sarebbe il ritorno al paese d’origine di quelli che finiscono il ciclo di lavoro, i pensionati. Ci lascerebbe, però, con una città in grado di “guadagnarsi il pane” in un contesto europeo e mondiale.
Questo possibile esito garantirebbe dunque la sopravvivenza ma con molta durezza che bisognerebbe, in ogni caso, cercare di alleviare. Le persone più a rischio sono quelli tra i 35 e i 45 anni, che hanno figli piccoli, un lavoro che diventa precario o non c’è più: sono questi i «progetti di vita» che vengono messi a rischio dalla crisi Fiat; e in quella fascia si creerà il disagio.
Allora in questo scenario è importante chiedersi se questo nucleo di auto che rimane sarà Fiat, sarà in parte Fiat, sarà di qualcun’altro?
È preferibile, a parità di altre condizioni, che rimanga Fiat (con l’esclusione della componentistica che già oggi non lo è più) ossia organicamente collegato; ma se rimanere Fiat dovesse voler dire essere meno bravi, allora sarebbe meglio che non fosse Fiat… non sarebbe sbagliato esplorare altre soluzioni.
Quale ruolo per l’intervento pubblico?
Le istituzioni possono intervenire indirettamente facilitando certe evoluzioni dove ci sono i settori in crisi. E debbono mandare avanti le infrastrutture, come la metropolitana. Ma certo non è pensabile tornare alle «partecipazioni statali» degli anni ’50. Piuttosto, bisognerebbe che i torinesi ricominciassero ad avere il gusto di fare gli imprenditori, un gusto che si è attenuato nel corso dei decenni.
Torniamo alla Fiat. «Quante» crisi contemporanee ci sono, nel gruppo?
La crisi di liquidità è senz’altro la più urgente: non si possono produrre a lungo auto in numero superiore a quelle che si vendono, e non può continuare a pagare più di quanto incassa. Quindi le misure di fermo degli impianti, cassa integrazione ecc. sono indispensabili. Poi, il management. Quello della Fiat esprime una filosofia e un modo di essere molto preciso, di lunga tradizione di ordine. Ora, questa cultura deve confrontarsi con un mondo in cui i tempi delle decisioni sono più rapidi e in cui alla gerarchia si deve o aggiungere o sostituire la sinergia. Il manager, nell’impresa della nuova economia, non è il colonnello che comanda un reggimento ma è l’allenatore che coordina una squadra di calcio, in cui i ruoli devono essere in qualche misura intercambiabili. Su una struttura così grande il cambiamento non può essere immediato, va gestito, contemperando la lentezza necessaria perché gli uomini si adattino; un processo che deve essere sufficientemente lento ma anche sufficientemente rapido perché il resto del mondo non ci aspetta.

Marco BONATTI

 
 
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