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Torino - 21 maggio 2003
 
 
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13.01.2003 - Le due Torino alla ricerca di identità
La radiografia di Torino alle prese con la crisi della Fiat, tracciata dal sondaggio Ipsos-la Repubblica, mostra una città che cerca di tenere assieme un passato al quale si sente legata e che non intende gettare alle ortiche e un futuro che ancora non conosce bene e nel quale è convinta di dover entrare. Il fatto di trovarsi davanti a questo non facile bivio spiega in largaparte l'esistenza di un'opinione pubblica apparentemente contraddittoria e curiosamente bipartisan su alcuni punti non secondari. Una posizione che, se non è cerchiobottismo Imposto dalle necessità, segnala quanto meno una diffusa incertezza che il caso Fiat ha enfatizzato ma che preesisteva ad esso. Accompagnata comunque da una gran voglia di cambiare, di trovare la strada verso un nuovo sviluppo e una nuova identità. Insomma il laboratorio Torino di amendoliana memoria è ancora una volta in attività. E questo è di per sé un bene.

Complessivamente c'è una città che scommette ancora su una Fiat in grado di superare le difficoltà del momento e di riproporsi anche peri il futuro come il motore principale dell'economia torinese e in qualche misura anche dell'Italia. E c'è una città che mostra di non avere più fiducia in quel mo dello storico e si augura una rapida transizione verso uno sviluppo non più condizionato della monocultura industriale che ha caratterizzato quasi tutto il secolo scorso. Due obiettivi che, a giudicare da quanto sta accadendo in questi mesi, si muovono a velocità diverse tra loro, nel senso che mentre il primo rischia di tramontare con una rapiditànon prevista il secondo appare più lontano di quanto non si fosse immaginato quando ancora la crisi Fiat non era apparsa sull'orizzonte.
br> In tale prospettiva il pericolo è quello di considerare l'uno definitivamente tramontato e l'altro diffìcilmente irraggiungibile. Per la verità è questa una resa che, fortunatamente, non si avverte nelle risposte del sondaggio, laddove prevalgono invece la ricerca di una spiegazione per quanto è accaduto e lo sforzo di individuare le ragioni delle lentezza con la quale si va compiendo la transizione. In questa ricerca si nota una divaricazione che prima di essere generazionale è culturale e politica.
br> I giovani tra i 15 e i 24 anni si trovano assieme ai ceti medio-alti nel sostenere la necessità di una riconversione mentre quella che una volta si chiamava la classe operaia appare più legata al modello industriale Fiat.

Fenomeno comprensibile anche perché non sono i giovani, che hanno davanti una vita professionale, quelli a cui fa paura il vuoto occupazionale e neppure i professionisti il cui lavoro non incrocia se non marginalmente con la crisi Fiat.

Ad avere paura è il cinquantenne di barriera che si vede brutalmente trasformato in esubero ovvero eccedenza lavorativa avviata verso un prepensionamento che, nel privato delle famiglie, spesso equivale a una vita costantemente in bilico sull'abisso di una decorosa povertà. La sua è una preoccupazione reale alla quale fa da contraltare un modello di sviluppo che scommette su settori come il turismo, la comunicazione, la cultura dei quali però sembra essere ancora una percezione piuttosto vaga, quasi miracolistica, una sorta di mondo al quale affidare le sorti della transizione. Sostenere che non si può vivere di sola Fiat non è una novità: lo si sente dire almeno da mezzo secolo, con toni diversi e anche con intendimenti diversi. Così come non bisogna farsi prendere dalla suggestione di un cambiamento spìnto dai motori di settori indistinti e generici.

Che cosa vuoi dire turismo, cultura, comunicazione? Forse che una persona che scelga di venire a lavorare a Torino disdegni di vivere in una città ricca di attrattive turistiche, eventi culturali e moderni mezzi di comunicazione? Certo che non è così. Allora un problema è semmai quello di far convivere la Torino di una Fiat nuova rispetto al passato con l'altra Torino quella che in passato non s'è mai realizzata per una presenza pervasiva della stessa Fiat. E' forse questa la strada meno utopica che il sondaggio disegna piuttosto chiaramente quando mostra le due facce della città: quella che crede nella sopravvivenza della Fiat e quella che guarda al modello alternativo. La sua incertezza non discende tanto da quella che Marco Rovelli definisce la paura di cambiare quanto dalla constatazione di doversi confrontare con un qualcosa di irrisolto. In altre parole vuoi dire che la crisi Fiat ha sorpreso Torino in un momento in cui aveva già maturato il progetto del nuovo modello ma non ha fatto in tempo a mettere assieme gli strumenti per realizzarlo. E' solo un ritardo non un'assenza di progetto. Meno che mai un'assenza di volontà.

Salvatore Tropea

 
 
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