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Torino - 28 luglio 2003
 
 
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09.01.2003 - Un destino chiamato FIAT
Radiografia del rapporto tra Torino e l'auto

Ciò che colpisce di più, nell'immagine della società torinese tratteg- giata dal sondaggio Ipsos-la Repubblica, è il legame con la Fiat, con la famiglia Agnelli: ancora solido, nonostante tutto. Nonostante la crisi del settore auto. Nonostante il peso, ormai ridotto degli Agnelli, nell'impresa. Nonostante tutto ciò la città non giunge a pensare il suo presente e il suo futuro senza" la Fiat; "senza" gli Agnelli. E tanto meno "contro". Peraltro, l'indagine tratteggia una società, come da tradizione, un po' blasée. Distaccata, o quantomeno, contenuta nelle emozioni, anche di fronte a un evento, come il dissesto della Fiat, sicuramente grave, per la vita e la condizione delle persone, per il lavoro e i consumi della realtà territoriale.

In fondo, a Torino e nella cintura metropolitana, rivela il sondaggio, lavorano nelle aziende e nell'indotto Fiat circal'8% dei cittadini (intervistati); mentre un ulteriore 19% affererma di avervi lavorato, in passato. Nell'assieme, un quarto dei torinesi. Un dato che si allarga, se teniamo conto della rete parentale. L'esperienza Fiat, quindi, riguarda oltre la metà dei cittadini. E la Fiat come consumo ancor di più, visto che sette persone su dieci dichiarano di possedere attualmente un'auto Fiat e oltre quattro (ma più di sei, tra chi risponde) pensano di continuare ad acquistarla, in futuro.

E' difficile, quindi, per la società, pensare a un'identità distinta dall'impresa. E, tuttavia, neppure si vede, il tentativo diprendere le distanze. Anche oggi, che la crisi incombe, il coinvolgimento dei torinesi nella Fiat, nelle sue vicende, nelle sue prospettive, appare ampio e convinto. E -altro elemento di sorpresa, per chi osserva Torino dall'esterno- ciò avviene senza che emergano risentimenti o desideri di rivalsa.

Le colpe della crisi: sono ricon dotte, dai più, al management; alla depressione del mercato automobilistico. Solo il 24% dei torinesi chiama in causa la famiglia Agnelli, con cui, da sempre, è identificata l'impresa. D'altronde, per livello di fiducia, fra i torinesi la famiglia Agnelli è seconda solo al sindaco Chiamparino. E precede il presidente della Regione, Ghigo, di misura (mentre ben più distante si colloca il presidente del Consiglio, Berlusconi). Da ciò deriva una possibile chiave di lettura riguardo all'at- teggiamento solidale dei torinesi con l'impresa e con la famiglia che la contrassegna. Un senso di appartenenza territoriale, che le valutazioni dissacranti di molti attori econo mici e politici "esterni" (fra i quali il presidente del Consiglio) hanno contribuito, per reazione, a rafforzare. L'orgoglio metropolitano di fronte al cambiamento della gerarchia dei contesti urbani, in Italia, che ha visto a lungo primeggiare Torino, mentre oggi la vede più periferica. Sfidata dal postfordismo delle aree di piccola impresa; dal Nord Est. E dalla new eco-nomy, dalle zone e dalle città dove si producono beni immateriali: la comunicazione, la finanza, i servizi.

Un mondo di cui Milano costituisce la capitale e Berlusconi, in fondo , il profeta più ascoltato (e comunque più loquace). Il 47% degli intervistati, d'altronde, ritiene che il ruolo della città, negli ultimi anni, sia divenuto meno importante, in Italia. Mentre solo il 21% pensa il contrario. E' una società che ha maturato, da tempo, un atteggiamento consapevole del declino industriale, ma anche politico della città. Ma non sembra avere intenzione di arrendersi alla new economy e al postfordismo, Torino. Resta attestata, arroccata attorno alla rappresentazione offerta dalla Fiat. E non pare del tutto pentita neppure dell'integrazione, stretta e forte, che l'impresa e la città hanno stabilito, in passato, con lo Stato; dei benefici che ne ha tratto; e che ha pagato, in termini di competitivita e di efficienza. Solo il 36% dei torinesi, infatti, nega ogni possibile intervento pubblico, nella vicenda della Fiat.

Torino, quindi, si guarda intorno; e in avanti. Con preoccupazione. Ma senza angoscia. Senza immaginare rotture con il passato; ne, tanto meno, improbabili inseguimenti sulle tracce del nuovo che avanza, qui e là. Certo, quale via d'uscita ai suoi problemi, i torinesi pensano a uno sviluppo orientale a valorizzare settori diversi dalla tradizione, lontani dalle strade dell'auto: il turismo, le comunicazioni, la cultura. E' l'idea sostenuta dal 60% degli intervistati, che concepiscono il futuro proiettato "oltre" la Fiat. "Oltre" gli Agnelli. Ma non "senza". Al contrario. Quasi sei torinesi su dieci si dicono con- vinti che la Fiat si riprenderà, senza ridimensionarsi troppo. La metà dei torine- si, inoltre, ritiene che la famiglia Agnelli continuerà a svolgere un ruolo importante nelle vicende della Fiat e, ancor di più, della città; di Torino: in ambito nazionale e internazionale.

Ovviamente, gli atteggiamenti che abbiamo descritto non si distribuiscono fra le persone in modo omogeneo. In particolare, conta l'età. Fra i più giovani, la generazione nata negli anni 80, quando la Fiat aveva avviato la sua profonda ristrutturazione, che ne aveva sottolineato le distanze e gli specifici interessi rispetto alla città, il disincanto verso l'impresa storica appare più visibile. Così come è più diffus ala voglia di cambiare modello economico, di girare pagina, al- leggerendoli peso del passato.

Tuttavia, questi segni di novità, che appaiono più chiari al passaggio dalle generazioni anziane e mature a quelle più giovani, non ribaltano il senso offerto dall'indagine. In particolare - per un "non torinese" che guarda Torino attraverso le lenti, necessariamente opache, di un sondaggio - è sorprendente scoprire che il rapporto della città con la fab- brica dell'auto e la famiglia-impresa risulti ancora tanto solido. Verificare come la società torinese continui ad avere fiducia nella Fiat e negli Agnelli, anche in una fase contrastata come questa. E preferisca pensarsi in declino, ma senza perdere la memoria, senza perdere la sua identità "oid", inseguendo altre identità "new"; affluenti e aggressive. Torino, pare preferisca tenersi la Fiat e gli Agnelli, nobiltà industriale decaduta, piuttosto che rispecchiarsi nel miracoloso Nord Est della piccola azienda, vitale e plebeo; nella Milano mediatica e borsistica (regno del virtuale: vuoi metterel'auto?).

In ciò la chance e ii rischio, per Torino. La "fortuna" di avere una storia importante, a cui ancorarsi, anche nei momenti grigi. Il rischio: di non riuscire ad afferrare il futuro, imprigionato da un grande passato.

Ilvo Diamanti

 
 
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