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Torino - 21 maggio 2003
 
 
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09.01.2003 - L'altra città che guarda oltre l'auto
Passato di Torino, futuro della Fiat. A giudicare dal sondaggio Ipsos-La Repubblica i torinesi sembrano perplessi sulpassato della città coloro che vedono Torino in declino sono il doppio di coloro che la vedono in ascesa ma non embrano troppo preoccupati sul suo futuro: solo il 9% dei torinesi pensa che la Fiat chiuderà, contro un 57% che pensa che la Fiat non solo sopravviverà ma avrà una ripresa.

Se andiamo a vedere chi sono gli ottimisti e chi sono i pessimisti, scopriamo però che il passato della città e il futuro della Fiat hanno due volti diversi. Sul passato recente della città i soggetti che fanno il bilancio più positivo sono i giovani, gli insegnanti, i lavoratori autonomi, i laureati, gli elettori del centro sinistra. Sul futuro dellaFiat, invece, i più ottimisti sono gli anziani, i dirigenti, gli operai (ma non gli impiegati), i ceti meno istruiti, gli elettori della Casa delle libertà e i cittadini più lontani dalla politica. A quanto pare a riconoscersi in ciò che Torino sta diventando sono soprattutto i ceti medi istruiti, a sperare nella Fiat sono soprattutto le figure classiche della cultura industriale torinese, dirigenti e operai.

Quel che accomuna tutti, ceti alti e ceti bassi, pessimisti e ottimisti, è l'idea che Torino, comunque si chiuda la crisi Fiat, per il futuro non può più puntare le sue carte principali sul polo industriale dell'auto, ma deve sviluppare altri settori come il turismo, la comunicazione, la cultura. Questa è l'idea di fondo condivisa dalla maggior parte dei torinesi (60%), e che taglia trasversalmente un po' tutti i gruppi: critici e difensori del passato recente di Torino, pessimisti e ottimisti sul futuro della Fiat, elettori della casa delle Libertà ed elettori dell'Ulivo (ma non gli elettori di Rifondazione comunista, che pensano che il futuro di Torino e quello della Fiat siano legati indissolubilmente).

I gruppi sociali più attirati dall'idea di "riconvertire" Torino sono i giovanissimi (15- 24enni) e i ceti medio alti: laureati e diplomati, perlopiù occupati come imprenditori, dirigenti, impiegati, funzionari.

Ma il relativo ottimismo dei torinesi, forse connesso anche al trend positivo del mercato del lavoro a partire dal 1999, non è l'unico dato che fa riflettere. Colpisce anche l'immagine complessiva di coesione chel'opinione pubblica torinese sembra trasmettere attraverso le risposte al sondaggio. La solidarietà nei confronti delle proteste degli operai Fiat contro il piano aziendale è decisamente diffusa non solo fra gli elettori di sinistra (93%) ma anche in una larga maggioranza di elettori della Casa delle libertà (quasi 80%). L'unica differenza è che nel caso del centrosinistra, e specie dei simpatizzanti di Rifondazione comunista, la solidarietà è incondizionata, mentre nel caso del centro destra si accompagna alla richiesta di non creare disagio ai cittadini.

Questa relativa coesione dell'opinione pubblica torinese si lascia meglio interpretare attraverso le risposte alle domande sulla fiducia nelle principali istituzioni locali e nazionali. Non solo e non tanto nel senso che le figure e le istituzioni locali - il Sindaco Chiamparino, il Presidente della regione Ghigo, la famiglia Agnelli ottengono consensi piuttosto alti, decisamente superiori a quelli di istituzioni più lontane, o meno rappresentative della città, o semplicemente più di parte. Ma anche e soprattutto nel senso che queste tré figure - il sindaco, il presidente regionale e la famiglia Agnelli, sono le sole ad ottenere un consenso al tempo stesso ampio e tendenzialmente bipartisan.

I torinesi che hanno "molta o moltissima fiducia" in Sergio Chiamparino, sindaco dell'Ulivo, sono il 55,9% dei torinesi che si sono espressi (il 14,8% "non sa" o non risponde). Ma questa percentuale sfiora il 50% anche fra gli elettori della Casa delle libertà. Lo stesso discorso vale per Enzo Ghigo, presidente della Regione eletto nelle file della Casa delle Libertà. Ghigo ottiene la fiducia del 47,7% dei torinesi, e resta comunque al di sopra del 40% anche fra gli elettori del centro sinistra (compresa Rifondazione comunista), e addirittura al di sopra del 45% fra gli elettori dell'Ulivo.

Infine al famiglia Agnelli: la fiducia dei torinesi è del 43,0%, e differisce di meno di lO punti fra elettori dell'Ulivo e elettori della Casa delle libertà (anche qui, gli unici "contro" sono gli elettori di Rifondazione comunista).

Questo significa che l'opinione pubblica torinese è un raro esempio di cultura politica bi- partisan? Non esattamente. Se ripetiamo il ragionamento per il presidente del Consiglio e per la Cgil le cose cambiano netta- mente. Il consenso complessivo dei torinesi scende drasticamente, attestandosi poco al di sopra del 30% nel caso di entrambi. Ma soprattutto è la sua distribuzione del consenso fra gli elettori che cambia: Berlu- sconi ha un consenso quasi plebiscitario fra gli elettori del centro destra (76,6%), ma non riscuote la minima fiducia da parte di quelli di centro sinistra (5,5%). L'inverso accade nel caso della Cgil, che ha la fiducia della maggioranza degli elettori di centro-sinistra (52,4%), ma riscuote ben poca fiducia fra quelli del centro destra (11%).

A quanto pare i torinesi si fidano relativamente poco delle istituzioni nazionali o lontane, e molto di più. di quelle locali. Questo non significa che la politica sia già, a Torino, all'altezza delle aspettative dei cittadini (una recente indagine dell'Osservatorio del Nord Ovest mostra semmai il contrario). Ma sembra indicare che a Torino e in Piemonte, a differenza che a livello nazionale, le istituzioni qualche passo sulla strada della normalità l'abbiano fatto. E che i torinesi, da sempre inclini all'understatemente ostili agli eccessi, colgano bene la differenza.

Luca Ricolfi

 
 
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