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Torino - 21 maggio 2003
 
 
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10.01.2003 - "Torino crede nel Lingotto ma gli Agnelli si impegnino"
Il sindaco: il sondaggio di Repubblica fa giustizia dei luoghi comuni sulla città

Oltre la Fiat, ma non senza la Fiat: questo il futuro di Torino secondo il sondaggio Ipsos-Repubblica. «Aggiungerei: non senza la Fiat protagonista» sostiene Sergio Chiamparino, sindaco ds in prima fila nei cortei di questi mesi, insolita figura di politico di strada. «È un sondaggio che fa giustizia di mille luoghi comuni su Torino, che passano su certi giornali e in tv».

Una città in trasformazione, non in declino.
«Una città che ha un rapporto con la storia leggermente conservatore: ma questo è un valore, una qualità. Con un dinamismo attento, senza febbri ne sbornie».

Come la new economy, per esempio
«Vitaminic è a casa nostra, però. C'è un tessuto sociale ed economico saido, che spesso è stato raccontato male. Non siamo in ginocchio, siamo in crisi: una bella differenza».

E soprattutto uniti, con un forte senso di appartenenza territoriale, scrive Diamanti.
«La stragrande maggioranza dei cittadini ha condiviso le lotte degli operai Fiat, anche quando è stata occupata Porta Nuova. Non è mancata nemmeno per un giorno la solidarietà delle associazioni di categoria, dei commercianti, degli artigiani»

Eppure il legame con gli Agnelli rimane forte, anche questo dice il sondaggio.
«È il legame con la fabbrica, è la cultura del lavoro. Di sicuro, a Torino è finita la monarchia. Ma la Fiat va aiutata: io stesso mi sono preso dal sindacato accuse di moderatismo, magari legittime. Ma eravamo in un'altra fase. Adesso sono il primo a chiedere alla famiglia Agnelli un impegno che superi il breve periodo: puntano sull'auto? Ci diano un segnale. I dipendenti hanno già dimostrato di credere nel futuro di Mirafiori, c'è un rapporto d'amore, viscerale».

Fine della monarchia, vuoto di potere?
«Direi che la politica, l'amministrazione riassume il suo ruolo originario, che è quello di rappresentare i cittadini. Proprio quelli che credono nel rilancio di Torino».

Anomalo anche questo asse con Ghigo, presidente della Regione di Forza Italia. An- date più d'accordo fra voi che con i compagni di partito. Un modello da esportare?
«Le sorti di Torino sono in buona parte quelle del paese, ma noi non siamo cosi pre- suntuosi. Di certo qui non c'è stato spazio per individualismo ed esasperazióne».

Lei aveva parlato di un allarme sociale legato al piano di ristrutturazione Fiat. C'è stata tanta solidarietà, mai violenza.
«Il tessuto della città regge. Ci sono parametri confortanti, come il tasso di disoccupazione fermo poco sopra il sei per cento. Si marcia insieme. E cambiato nei fatti il ruolo della Fiat. Non vorrei esagerare, ma ora vedo gli Agnelli come una "normale" forza imprenditoriale, certo segnata dalle difficoltà di questi anni. Possiamo vantare altre realtà industriali di livello mondiale come Lavazza, firme come Pininfarina o Bertone, eccellenze come l'Alenia».

Oscurate fino a oggi dalla Fiat?
«Diciamo che Torino sta diventando pluralista In ordine sparso, pare
«Torno al ruolo vero che deve avere la politica, quello di mettere insieme le esigenze del territorio, che poi sono quelle dei cittadini».

Una lobby torinese?
«Prima comandavano gli Agnelli, ora non più. E questa è una città che ha le energie e lo spirito per reagire».

Ha mai avuto l'impressione che ci fosse un boicottaggio del governo nei confronti di una città e di una provincia governate dalla sinistra?
«Naturalmente si, ma solo nel caso della Fiat. Per altri progetti - penso alle Olimpiadi, a Torino Wireless - il comportamento del governo è stato molto corretto. Posso capire che Termini Imerese crei maggiori problemi sociali diMirafiori. La politica industriale però è un'altra cosa».

Che cosa c'è scritto nell'agenda del sindaco di Torino?
«Al primo punto c'è il recupero di un rapporto con la proprietà Fiat. Il segnale deve arrivare dagli Agnelli. Bisogna ristabilire le condizioni per il rilancio del distretto auto. E per fare questo, servono soprattutto nuove risorse. Che la Famiglia è in grado di offrire se lascia altri settori non strategici. Se questo non avviene, o avviene in modo parziale, non si fa tanta strada: e lo scopriremo presto. I tempi sono strettissimi, tutti i protagonisti devono mettere le carte in tavola».

Allude a Colaninno?
«Non possiamo certo permetterci veti pregiudiziali. Il criterio è grossolano: auto sì, auto no; Non c'è più tempo per i forse. Poi, Torino continua, va oltre. Penso alle cinquantamila presenze alla mostra di Stupinigi, alle Olimpiadi, alla crescita del terziario. A iniziative come il Salone del Gusto. Penso alla metropolitana, all'Alta Velo- cita. Non mi pare che la città abbia lo sguardo rivolto indietro. Oltre la Fiat, ma non senza».

Giuseppe Smorto

 
 
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