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Torino - 16 maggio 2003
 
 
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11.01.2003 - «Melusina» può riuscire a battere l´infarto
Una giovane ricercatrice del Laboratorio di Biologia cellulare del dipartimento di Genetica all´Università di Torino ha individuato la proteina in grado di contrastare l´insufficienza cardiaca e la cardiomiopatia dilatativa, due patologie che costituiscono la prima causa di morte (o che portano al trapianto di cuore) nel mondo occidentale. Per catalogarlo, la biologa Mara Brancaccio ha «battezzato» questo protide col nome di una fata celtica: Melusina. Test sui topi di laboratorio hanno dimostrato che, senza Melusina, l´animale sottoposto a un aumento della pressione va incontro all´infarto e a morte certa. Anche nell´uomo, la Melusina farebbe da valvola salva-vita agli ipertesi: «Il nostro cuore - spiegano la dottoressa Brancaccio e il professor Guido Tarone, responsabile del Laboratorio dove è stata annunciata la scoperta - è un muscolo eccezionale che batte 70 volte al minuto per tutta la vita e deve reagire agli stimoli e agli sforzi cui è continuamente sottoposto». Il muscolo cardiaco sano, costretto a una sorta di body-building improvviso, sopravvive adattandosi, potenziando la sua resistenza e il sostengo all´organismo grazie all´effetto della proteina dal nome di fata. «L´ipertensione e l´infarto, però, costringono il cuore a lavorare sotto sforzo costantemente. Il che scatena un meccanismo per cui le cellule, senza la proteina individuata diventano ipertrofiche, cioè s´ingrossano e aumentano la forza contrattile. E in questo caso - proseguono i due ricercatori - il ventricolo sinistro va in crisi fino a una dilatazione e a un´insufficienza della contrazione che possono portare allo scompenso e all´arresto cardiaco». La scoperta, di portata mondiale, è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Medicine: frutto di una collaborazione tra i ricercatori del dipartimento torinese diretto dal professor Lorenzo Silengo alle Molinette e il professor Giuseppe Lembo dell´Università La Sapienza di Roma, Melusina apre ora la strada alla ricerca farmacologica. Individuata la possibile causa della morte del cuore, sarà possibile trovare un «correttore» all´inadeguata capacità di pompare sangue. Il giusto stimolo naturale all´ipertrofia cardiaca, dunque. Ma questa scoperta annunciata nei laboratori universitari alle Molinette apre una doppia speranza agli ipertesi: essendo l´insufficienza cardiaca il risultato di molteplici cause, una super-terapia a base di Melusina potrebbe servire a compensare (come principio attivo) altre carenze che possono sfociare in uno scompenso del cuore. Lo studio della dottoressa Brancaccio è frutto di un´indagine partita in realtà per conoscere più a fondo le integrine, cioè i recettori delle cellule. Si è arrivati fino al cuore, e al cuore del cuore, per arrivare a scoprire molto più di quanto ci si immaginava: la fondamentale funzione della proteina che reagisce allo stress. «Nel cuore senza attivazione della Melusina il ventricolo cresce, ma non è in grado di reagire allo sforzo rinforzandosi e pompando di più. Al contrario: più il muscolo si fa grande più le pareti si assottigliano. Fino a quando il cuore perde elasticità e funzione contrattile, riempiendosi di cellule morte e sfaldandosi». E si ha il collasso. L´intero studio è durato circa tre anni. Per tutto questo tempo, in laboratorio, si è lavorato parallelamente al microscopio e osservando la reazione del topo-cavia. La scoperta torinese è stata possibile grazie agli investimenti del Ministero dell´Università e di Telethon. Il risultato dello studio non avrà, inevitabilmente, effetti immediati sulla salute dei pazienti cardiopatici. La ricerca farmacologica che dovrà produrre l´antidoto alla mancanza di Melusina sarà lunga ma decisiva. «Adesso - spiega ancora la dottoressa - inizieremo ad analizzare i pazienti affetti da una cardiopatia dilatativa: possono essere persone colpite da infarto, o ipertese, o con una valvulopatia, cioè un´alterazione della funzionalità delle valvole cardiache. Ci aspettiamo naturalmente una conferma dello studio che abbiamo compiuto al microscopio in laboratorio e sui topi. Ma occorre la dimostrazione, la "prova del nove", ed è quella che cerchiamo con il nostro prossimo studio».

Marco Accossato

 
 
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