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Torino - 21 maggio 2003
 
 
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29.01.2003 - La capacità di progettarsi la vita
Il sondaggio eseguito per Repubblica indicava l´esistenza di un forte legame tra i torinesi e la Fiat. Le centomila persone sfilate nella camera ardente di Gianni Agnelli ne sono state un´ulteriore riprova. Come si è formato un simile legame, quali motivazioni possono averlo alimentato? Molte risposte sono plausibili; parecchie sono già state date. Ne proporrei un´altra: per lunghi anni, nel corso del suo maggiore sviluppo, la Fiat ha offerto a centinaia di migliaia di persone la possibilità di progettarsi la vita.

Si pensi all´Italia degli anni ´50. Secondo il Censimento del 1951, il 41% della popolazione occupata - oltre 8 milioni su circa 20 - era addetta a lavori agricoli. Gran parte di essa era formata da braccianti che lavoravano 110-120 giorni l´anno. I loro paesi erano poveri, con un numero altissimo di abitazioni prive dei servizi essenziali. A queste persone la Fiat offriva a Torino, negli anni ´50 e nei primi anni ´60, un lavoro durissimo. Tra i reparti peggiori, quanto a qualità del lavoro, vi erano la saldatura, dove bisognava sistemare a mano le morse saldatrici su telai e scocche, e poi subire piogge di scintille, sfrigolii assordanti, rischi di ustioni; la spruzzatura di materiale antirombo del disotto delle scocche, che richiedeva di stare in piedi, con le braccia a reggere la pistola erogatrice, e un grembiule di protezione che dopo qualche ora pesava il doppio per la sostanza che vi era colata sopra; le sale presse, in cui il rumore toccava i 140 decibel. Il tutto nel quadro di una gerarchia aziendale ossessiva.

Ad onta dei suoi contenuti così poveri, quel lavoro presentava una caratteristica speciale. Al lavoratore e alla sua famiglia schiudeva la possibilità di far dei progetti, sapendo che c´erano buone probabilità di realizzarli. Cose semplici ed essenziali, come decidere se e quando acquistare un alloggetto. Se e quando avere un figlio. Se e quando, nientemeno, acquistare un auto. O se far proseguire gli studi alla figlia maggiore, fino al diploma delle superiori, o addirittura fino all´università. Grazie a quel lavoro, uno poteva perfino progettare di lasciare ad una certa età la grande azienda per mettersi in proprio. Migliaia di piccole imprese, a Torino e in Piemonte - carrozzerie ed elettrauto, negozi di accessori e gommisti, lungo l´infinita filiera dell´auto - sono state aperte da dipendenti Fiat che dopo venti o trent´anni di lavoro sceglievano di loro volontà la strada del lavoro autonomo. Dopodichè molte delle stesse persone, che di avere tale possibilità erano grate, partecipavano alle lotte sindacali, avanzavano rivendicazioni, puntavano con forza a migliorare le condizioni di lavoro.

Oggi i lavori che permettono di progettarsi la vita sono in diminuzione, a Torino come altrove. Solo nel 2002 sono andati persi, in Piemonte, 23.000 posti di lavoro a tempo indeterminato e ad orario pieno, un paio di caratteristiche che concorrono a definire detti lavori. L´occupazione in Fiat è scesa a un quarto rispetto ai livelli raggiunti in passato. E la stessa Fiat ricorre ampiamente al lavoro temporaneo, all´interinale, alle commesse ad aziende terze che utilizzano ampiamente contratti di breve durata. Resta il fatto che nella memoria profonda di centinaia di migliaia di torinesi sopravvivono l´immagine, il senso di un luogo, di una fabbrica, di un´organizzazione che permetteva, con il lavoro che offriva, di controllare in qualche misura il proprio destino, per quanto modesto potesse essere. Ecco perché la possibilità di progettarsi la vita va forse posta in primo piano, perché si tratta di uno dei beni individuali e collettivi più significativi e ambiti che esistano. E tra chi riceve per una volta questo bene e chi lo offre, quale che sia la fatica che il primo sopporta per ottenerlo, nascono legami che attraversano le generazioni.

Luciano Gallino

 
 
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