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Torino - 21 maggio 2003
 
 
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28.01.2003 - La fiducia di Torino nell'industira
La notizia nella notizia della scomparsa di Giovanni Agnelli è stata certo rappresentata dalla profondità e dalla sincerità della commozione che la sua città gli ha dimostrato, con le lunghe attese al gelo del Lingotto e con la partecipazione corale e sentita al funera- le di domenica.

Nonostante il ruolo planetario che Giovanni Agnelli aveva svolto nei lunghi anni della sua attività, per molti (a cominciare da alcuni inviati delle televisioni, colpiti se non scandalizzati dalla presenza di tanta gente comune) si è trattato di una sorpresa; per alcuni, di una conferma: per la seconda volta dopo la marcia dei 40mila del 1980, infatti. Torino ha dimostrato di credere nella grande industria, dei cui valori è ancora evidentemente permeata; riconoscendo che la Fiat ha svolto nello sviluppo della città e, soprattutto, del Paese, di cui ha contribuito a provocare, in misura determinante, la trasformazione da nazione agricola e arretrata in grande potenza industriale ed economica.

Un bei riconoscimento che certo sarebbe piaciuto all'avvocato Agnelli, aristocratico del capitale; ma nel quale si sarebbero pure riconosciuti Antonio Granisci e Piero Gobetti, traendone conferma delle proprie analisi, che nei lavoratori di Torino riconoscevano i tratti di un'autentica aristocrazia operaia.

Per costruire un tale clima di identificazione profonda tra una città e la propria vocazione economica e industriale, che non ha riscontri in Italia, l'azienda, la sua proprietà e i suoi manager devono aver giocato un ruolo importante, che nulla come la partecipazione corale di questi giorni poteva meglio mettere in luce: quel mix di protezione sociale, di trasmissione di un sistema di valori che affonda le sue radici nel Risorgimento nazionale, di attaccamento localistico, di identificazione sportiva ha creato un autentico sistema, un autentico stile (non del tutto unico in Italia: basti pensare alle esperienze Marzotto e Olivetti) bollato, e in parte travolto, negli anni della contestazione anche armata, come "paternallstico". Ma il paternalismo di ieri si è trasformato nella stake-holder economy di oggi, nella cura da parte delle aziende più avvertite al riflesso sociale della propria azione, un'attenzione che - come ha ricordato Giampaolo Fabris alla presentazione del "progetto Italia" di Telecom - produce anche consistenti vantaggi economici per le imprese che la praticano.

Giovanni Agnelli ha così ricevuto il miglior riconoscimento che poteva attendersi: non solo la commozione del congedo, ma la constatazione che anche il più duro conflitto sociale può conciliarsi con la condivisione di un sistema di valori e con la consapevolezza di un destino comune. Una risorsa rara, almeno in Italia, che egli ha contribuito a costruire e che rappresenta un grande punto di forza nella crisi che la sua azienda affronta in queste settimane.

Salvatore Carrubba

 
 
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