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Torino - 26 maggio 2003
 
 
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31.01.2003 - Torino 2006: la cultura prende corpo
RACCONTARE il locale nell´ambito di un grande evento globale come i Giochi Olimpici. Ad Atlanta (1996) hanno il jazz e giustamente l´hanno spremuto fino all´ultima nota; i canadesi di Calgary (due anni dopo) l´hanno buttata sul sempreverde conflitto indiani e cow-boys; a Lillehammer (1994) gli ottimi norvegesi si sono ispirati al loro passato remoto, con tanto di pittogrammi Sami utilizzati per rappresentare in modo stilizzato i vari sport. E si arriva alle statue di ghiaccio di Salt Lake City e all´idea, un po´ più contemporanea, della città come spazio scenografico in grado di ospitare concerti, sculture mobili, teatro di strada.

Adesso tocca a noi raccogliere il testimone delle Olimpiadi della Cultura (che è un po´ come «sfidare un ossimoro», dice Evelina Christillin), facendo lo sforzo d´immaginare, tre anni avanti, quanto e soprattutto in che modo sarà «locale/globale» una città, come lo è Torino, in piena trasformazione. Al lavoro, per ora informalmente, un gruppo di intellettuali (11 persone più il coordinatore-allenatore-storico Giovanni de Luna: si possono sfidare gli ossimori, ma i simboli sono simboli). Lo scrittore Alessandro Baricco, gli artisti Michelangelo Pistoletto ed Enrica Borghi, il compositore Nicola Campogrande, il semiologo Ugo Volli, e ancora Stefano Della Casa, Michela Cescon, Enrico Camanni, Luigi Cristoforetti, Giulia Staccioli, Andrea Zorzi.

In questi mesi gli undici più uno si sono visti, telefonati, scritti via e-mail, qualche volta incontrati; hanno buttato giù appunti intorno a un´idea di partenza: intercettare la contemporaneità, mettersi all´ascolto della città (una città dove molto di quanto è locale, luoghi compresi, è già multietnico e multiculturale, ossia globale); riprodurne - come hanno saputo fare Carlo Levi mezzo secolo fa, Fruttero & Lucentini con La donna della domenica - i suoni, la «nuova voce».

Sono emerse così le prime linee guida per il programma «Arte e cultura» di Torino 2006. Si punta su una serie di eventi artistici e culturali «colti nel momento stesso della loro realizzazione», c´è l´idea di performance «che prendano la forma di flusso interrotto tipica del palinsesto televisivo»; c´è il progetto, suggerito da Baricco, d´un «grande set cinematografico dove svolgere una competizione a cielo aperto tra registi diversi, che scelgano di raccontare a Torino e di costruire in pubblico (girando e montando) il proprio film racconto». L´immagine che gli undici più uno hanno ritenuto più pregnante è quella del «cantiere diffuso»: per esempio cinque (come i cerchi olimpici) narratori, e cinque musicisti, che installano i propri luoghi di produzione in altrettanti quartieri della città. Il concetto intorno a cui lavorare, e non solo perché è la strada più veloce per mettere insieme sport e cultura, è quello del corpo: «Luogo della soggettività, strumento di progetti e interazione sociale, dunque storica», come spiega Ugo Volli. Il corpo che smarrisce progressivamente la sua centralità, e al tempo stesso, attraverso lo sport, acquisisce il massimo di visibilità. Lì, in quell´antitesi così contemporanea - terreno fertilissimo per allargare il campo semantico, ossia per produrre arte - c´è il senso del progetto per Torino 2006. Et voilà, l´ossimoro è raccolto.

Stefania Miretti

 
 
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