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07.02.2003 - I dubbi su old e new Barolo
Dibattito a più voci sul New York Times

Un Barolo, per essere grande, deve essere un vino «difficile», un vino che non si può bere se non dopo almeno dieci anni di invecchiamento? O è grande anche da «giovane»? È la domanda che si è posto il New York Times nella pagina dedicata, l´altro ieri, al più famoso dei vini piemontesi. Due articoli che descrivono con dovizia di particolari e qualche licenza «poetica» le Langhe d´inverno, e in cui per risolvere la querelle sono stati intervistati molti dei più importanti barolisti. Nella stessa pagina è pubblicato anche il risultato di una degustazione una decina di baroli, annata ´98 (il migliore, è stato il Bricco Rocche di Ceretto).

Vecchia querelle, quella proposta dal quotidiano newyorchese, la polemica tra innovatori e tradizionalisti, tra chi continua fare il barolo come cinquant´anni fa e chi invece usa mezzi (tecnologici e non) più moderni. «È l´ora di finirla con questa storia, con le discussioni per decidere se sia meglio usare la barrique o la botte grande. L´importante è fare un vino buono» dice Domenico Clerico da Monforte, uno dei più famosi tra i produttori. Dieci anni fa era uno dei leader dei Barolo Boys, i giovani vignaioli langaroli che resero «più moderno» il gusto del vino piemontese, grazie proprio alla barrique, a fermentazioni più corte. Adesso però fa, in parte, autocritica: «Allora sperimentavamo e abbiamo anche sbagliato. Ad esempio abbiamo fatto fermentazioni troppo brevi, abbiamo dato più importanza alla cantina che alla vigna, E invece il grande vino si fa prima di tutto in vigna». Il «grande vecchio» del Barolo, Bartolo Mascarello, leader storico dei tradizionalisti, nell´intervista al New York Times dice: «Sono rimasto fedele, in cantina, alle idee di mio nonno e di mio padre, perché non voglio fare vini uguali a quelli fatti in Cile, in Australia o in Sicilia». «Ha ragione - dice Clerico - non dobbiamo dimenticare la nostra storia e soprattutto il nostro territorio, dobbiamo imparare a rispettarlo».

Anche per Enzo Vizzari, direttore delle Guide dell´Espresso quella del New York Times è «una polemica vecchia. Mi sembra che il giornalista americano non sia un grande esperto di vino piemontese. Per me, anche nel vino, ciò che conta è fare cose sempre più buone e che corrispondano non agli archetipi, ma a ciò che di meglio si può ottenere, utilizzando anche nuovi strumenti perché il progresso non è fonte solo di danni. La qualità media del vino oggi è molto migliore che in passato. E comunque nessuna tecnologia è in grado di rendere buono un vino cattivo o viceversa. Poi se sia meglio un grande Barolo tradizionale o uno moderno è una questione di gusti. Ognuno scelga quello che preferisce». Una conclusione che sembra ricalcare quella di Angelo Gaja che chiude l´articolo del quotidiano newyorkese: «Anche quello che oggi viene definito barolo tradizionale è diverso da quello di trent´anni fa. E adesso, per fortuna, la scelta è molto più ampia. Credo sia un vantaggio».

Marco Trabucco

 
 
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