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Torino - 17 maggio 2003
 
 
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09.02.2003 - Acqua: da bisogno a diritto
Puntare sulla cooperazione tradizionalmente intesa o promuovere l´ingresso dei privati nella gestione delle risorse idriche? Dove finisce il partenariato pubblico-privato e comincia la colonizzazione in sordina delle fonti primarie da parte dei gruppi di interesse e delle multinazionali, che sono poi la stessa cosa?

Se ne è discusso ieri nell´incontro organizzato dalla Provincia di Torino e dalla Federazione mondiale delle città unite, rappresentata da delegazioni di svariati paesi, sul ruolo degli enti locali nella promozione del diritto all´acqua e nella gestione sostenibile delle risorse idriche. Appuntamento che fra l´altro ha sancito il passaggio di consegne da Alan Lloyd a Mercedes Bresso, presidente della Provincia, alla presidenza del Coordinamento delle associazioni mondiali delle città e delle autorità locali (Camval). Se ne parlerà soprattutto al terzo vertice internazionale di Kyoto (16-23 marzo), dove le posizioni diventeranno ancora più nette. Anzi, di vertici ce ne saranno due: quello «ufficiale» in Giappone e il «forum alternativo» organizzato a Firenze da «Attac», il movimento new-global nato in Francia nel `98 con l´ambizione di rappresentare «una delle più grandi reti internazionali di opposizione ed alternativa al neoliberismo».

Due vertici sullo stesso problema e nello stesso periodo. Meglio: un vertice ed un controvertice che, stando alle premesse, viaggeranno su binari separati. Situazione paradossale nell´anno internazionalmente dedicato all´acqua, ma prevedibile. Se infatti la consapevolezza di tutelare le superstiti risorse di acqua pura (l´oro blu del nuovo millennio) e di garantirne il consumo «equo e solidale» da parte di tutti i popoli sembra una conquista formalmente acquisita, il discorso cambia quando si entra nel merito. E´ a questo punto che parecchie strade si dividono. Tanto che «Attac Torino» ha già trasferito sul fronte dell´acqua un´equazione che fa pensare: «Kyoto come Davos, Firenze come Porto Alegre». Comune il problema. diverso il modo di affrontarlo: dall´alto delle delegazioni interministeriali pronte a fare rotta su Kyoto o dal basso dei movimenti e della partecipazione popolare.

Ma è proprio cosi? Fino a che punto la liberalizzazione nel commercio dei servizi primari (acqua, istruzione e sanità) portata avanti dal «Wto», l´Organizzazione mondiale del Commercio, fa rima con globalizzazione? Paolo Prieri, di Attac Torino, non solo ne è convinto ma ci aggiunge pure un aggettivo: «rapinosa». Dietro il via libera al partenariato pubblico-privato - cioè al coinvolgimento dei privati nella gestione del ciclo dell´acqua (dalle fonti primarie ai rubinetti o alla bottiglia) - si allungherebbe l´ombra di una nuova globalizzazione, ancora più rapinosa rispetto al passato. «Perché? Perché significa trasferire sotto contratti privati un patrimonio che appartiene o dovrebbe appartenere alla collettività - spiega Prieri -. La definizione dell´acqua da "bisogno" a "diritto" è già un notevole salto di qualità. Ora l´obiettivo è classificarla come "bene comune" che perda la caratteristica di merce tradizionalmente intesa». Invece... «Invece si tende ad una liberalizzazione selvaggia che sta travasando competenze dalle vecchie e troppo spesso scadenti aziende pubbliche, comunque da ammodernare, ai nuovi soggetti privati. E poco importa se questo presuppone il venir meno delle garanzie per i consumatori in termini di costi, equità ed accessibilità al servizio».

Contro questa prospettiva Attac e i movimenti collegati non solo stanno raccogliendo firme ma oggi manifesteranno a Bruxelles. La parola d´ordine non sarà «deregolamentazione» ma «cooperazione», specie nei paesi in via di sviluppo, accompagnata dall´aumento dei trasferimenti tecnologici e della formazione (in questo caso i partner privati sono i benvenuti) per aiutare il sud del mondo in settori fondamentali. Uno per tutti, l´accesso all´acqua.

Da qui l´importanza delle autorità locali, snodo fondamentale su un terreno già segnato da posizioni inconciliabili. Questo sulla base di varie ragioni: per la capacità di misurarsi concretamente sui problemi del territorio, senza steccati e pregiudiziali (comprese quelle verso il partenariato), ma anche per una serie di rapporti consolidati con le ali più intransigenti dei movimenti. Non è un caso che in Francia, dove è nato, «Attac» conti tra le sue file un buon numero di comuni e che nel documento politico da portare in Giappone le rappresentanze degli enti locali convenute a Torino abbiano riaffermato, tra le altre cose, «la garanzia del controllo pubblico del ciclo integrato dell´acqua». Da Firenze e Kyoto, passando sotto la Mole.

Alessandro Mondo

 
 
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