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10.02.2003 - Harding incanta Torino con i tre concerti della rassegna «Sintonie»
Tre concerti di Daniel Harding e della Mahler Chamber Orchestra all’Auditorium del Lingotto, con opere di Beethoven, Messiaen, Schönberg e Haydn; una mostra di tele schönbergiane alla Galleria d’Arte Moderna; una ricca rassegna di pellicole espressioniste al Museo Nazionale del Cinema; tre serate di letture beethoveniane organizzate dal Teatro Stabile: questi sono i contenuti della prima edizione di «Sintonie», manifestazione interdisciplinare fortemente voluta da Lingotto Musica (la costola musicale della Fiat), nonostante i venti di crisi che da tempo alitano sul simbolo economico-industriale della città.

Senz’altro una bella iniziativa, che Claudio Abbado, protagonista di manifestazioni analoghe a Vienna e Berlino, si è limitato a suggerire, e che i partner riuniti da Francesca Gentile Camerana hanno realizzato con l’obiettivo dichiarato di ripetere il felice esperimento negli anni a venire, almeno fino al fatidico appuntamento del 2006, quando le Olimpiadi invernali concentreranno su Torino lo sguardo di tanti osservatori internazionali.

Da elogiare inoltre il fatto che «Sintonie» sia nata senza l’assillo di focalizzare un tema dominante al quale sottomettere ogni proposta (altrove ciò ha prodotto esiti grotteschi), se è vero che la cultura non si alimenta di idee necessariamente correlate tra loro.

Cuore della «rassegna» - grazie agli organizzatori per non averla qualificata «progetto», termine che abbonda sulla bocca degli stolti - sono stati ad ogni modo i tre concerti di Harding, l’ultimo dei quali sabato sera con Die Schöpfung (La creazione) di Haydn. Un direttore desideroso di togliersi di dosso l’etichetta di estroso folletto affibbiatagli dai cronisti e, anzi, preoccupato di esibire rigore, impegno, disciplina: così è apparso il britannico, che della compagine fondata da Abbado nel 1997 è principale direttore ospite. Dalle sue mani una pagina sfaccettata come La creazione è risultata infatti alquanto «seria», quasi si trattasse di opera sacra del primo Barocco anziché, come ricordano le note di sala di Franco Pulcini, di una summa originale e irripetibile di belcanto italiano, coralità inglese, pittura sonora francese e contrappunto tedesco.

Come è nei suoi cromosomi, l’orchestra Mahler ha prodotto sonorità ben profilate, secche, taglienti: sonorità «normali» per chi come Harding abbia avuto il proprio apprendistato in Inghilterra ma anche per un ottimo gruppo corale come il RIAS, berlinese di residenza ma certo non cresciuto alla scuola di Karajan. Si guadagna in chiarezza quanto si perde in spessore e solennità. Non eccezionali ma affidabili le voci di Sandrine Piau, Timothy Robinson, Garry Magee e Nathan Berg. E grande successo, dopo due ore e passa di raccoglimento.

Inizia stasera alla Fondazione Re Rebaudengo la parte teatrale della rassegna: accompagnato dal pianista Gianluca Angelillo, Franco Branciaroli legge le memorabili pagine di Thomas Mann sulla sonata op. 111 di Beethoven.

Enrico Girardi

 
 
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