contatti english version Associazione Chiamparino.wav
 
Torino Internazionale  


 
 
Torino - 30 luglio 2003
 
 
Sistema Internazionale
Governo metropolitano
Formazione e ricerca
Imprenditorialità e occupazione
Cultura,Turismo,Commercio e Sport
Qualità urbana
Tamtam
Eco dalle città
Calendario
Associazione
 
 
 
home | Cultura, turismo, commercio e sport | Rassegna stampa
 
 
 
 
20.02.2003 - Il deserto d'Egitto regala nuovi tesori
Il Museo Egizio di Torino è da tempo al centro di un grande interesse. Ora sta per affiancare - da martedì 25 febbraio - con un percorso mirato la grande mostra «Gli artisti dei Faraoni» presentata dalla Fondazione Palazzo Bricherasio. Nell’occasione - mentre al primo piano del Museo fervono i lavori di maquillage per una presentazione degna, ad esempio, della tomba di Kha, architetto dei faraoni e della sua sposa Merit - si susseguono le notizie più diverse che laconici comunicati cercano di suggerire. Un torinese scopre nel deserto, nell’area dell’oasi di Siwa, un tempio dedicato ad Ammon su cui appare, offerente, il faraone Nectanebo I. Siamo alla fine della storia egizia, tra il 378 e il 341, date assegnate a questo faraone della XXX dinastia.

La scoperta è di Paolo Gallo, docente dell’Università torinese che da tempo scava nella zona. È il più recente operatore di quella serie prestigiosa di ricercatori, di collezionisti, di archeologi egizi che Torino ha espresso nei tempi. Il Museo Egizio di Torino, come tutti sanno, è uno dei più importanti del mondo - forse il secondo dopo il Cairo - per qualità e ricchezza di collezioni. La sua fondazione risale al 1824 quando il re Carlo Felice di Savoia acquistò il gran numero di reperti che erano stati raccolti dal canavesano Bernardino Drovetti, console di Napoleone in Egitto. Cinquemila pezzi tra statue, stele, tavole di offerte, sarcofagi, mummie, oggetti in legno e pietra, ceramiche, stoffe, papiri. Non erano però questi i primi reperti giunti ai Savoia perchè nel 1630 il duca Carlo Emanuele I aveva acquisito dalle collezioni dei Gonzaga la «mensa isiaca» e nel 1760 Carlo Emanuele III riceveva tre grandi statue che Vitaliano Donati aveva inviato e che arricchirono il museo, allora universitario. Nel 1830 Carlo Alberto apriva il Museo Egizio al pubblico. A cavallo tra Ottocento e Novecento Ernesto Schiaparelli organizzò in Egitto famosa campagne di scavi, acquistò oggetti e riuscì a raccogliere una documentazione importantissima della civiltà egizia. La tomba di Iti a Gebelein e quelle di Maia e di Kha e Merit a Deir el Medina divennero nuovi preziosi reperti del Museo. A Torino aveva completato le sue ricerche anche François Champollion, lo scopritore della scrittura egizia. Accanto e Ernesto Schiaparelli, rimasto celebre in Egitto anche come fondatore di ospedali e scuole, un altro egittologo torinese, Giulio Farina.

Quando alla fine degli anni Cinquanta del Novecento si iniziò ad esplorare la Nubia con una impresa internazionale, Torino fu particolarmente attiva intervenendo per la zona di Dehmit (1961); la città di Kalabsha (1962); l’area di Korosko (1963) e il salvamento del tempio di Ellesjia(1965). Quest’opera giunse nel 1970 a Torino, donata dal 1966 per gratitudine alla città che aveva collaborato fattivamente al salvataggio dei monumenti nubiani che la seconda diga di Assuan, il Lago Nasser, stava per coprire con il suo, grande invaso. Il sacello di Ellesjia che Tutmosi III nel 1451 a.C. aveva fatto tagliare nell’altopiano arabico sulla riva destra del Nilo, dedicandolo al dio Horus, è ora un reperto di grande valore del Museo di Torino, perché vi rappresenta compiutamente l’architettura egizia. Negli anni Novanta la sua facciata ha subito un importante intervento di restauro ad opera di Gianluigi Nicola e ora il monumento appare godibile nella sua interezza e rappresenta con le sue scritte, i rilievi, le scene finemente incise la vita eterna, la saldezza e il dominio di uno dei più importanti signori dell’Egitto antico.

Massimo Foggini ha finanziato l’ultimo ritrovamento: «Sono solo un turista fortunato»

«Un turista fortunato». Così, minimizzando il proprio impegno, si definisce il Cavaliere del lavoro Massimo Foggini, un signore torinese a cui Chirac, anni or sono, conferì la Legion d’Onore per aver sviluppato l’industria italiana nel territorio francese. Appassionato da sempre del mondo sahariano, da quando ha concluso la sua attività di produzione di pezzi per auto in mezza Europa, sta penetrando con coraggio, generosità e intelligenza molti spazi ancora segreti del grande deserto africano. Nel maggio scorso, sul plateau del Gilf Kibir a più di mille metri nel deserto egiziano al confine con la Libia suo figlio Jacopo scoprì una grotta coperta di pitture rupestri: una vera «cappella sistina» del deserto. Sono figure umane, animali, scene di danza, perfino tre tuffatori che attestano la presenza preistorica nel grande deserto di molta acqua.

Seguendo il corso di una passione ormai coinvolgente, Massimo Foggini ha seguito Paolo Gallo, archeologo dell’Università di Torino che ha fondato, nel 1997, il Centro della Missione Archeologica Italiana di Alessandria d’Egitto (Cnaia). Foggini ha offerto con generosa spontaneità un finanziamento per un’ impresa che, in un luogo lontano e inospitale, ha permesso di fare l’importante scoperta delle tracce di un tempio lungo circa 20 metri e dedicato al «Ammon che fortifica» dal faraone Nectanebo I tra il 380 e il 360 a.C.. Sono stati scavati una quindicina di bei blocchi scolpiti, molti colorati. Lo scavo operato con una trentina di operai giunti da Siwa è durato un mese. L’arenaria in cui i conci sono scolpiti è molto friabile - scherzosamente, Nectanebo I è stato definito il «faraone sbrisolone» - quindi i reperti devono essere protetti, trasportati in un luogo più sicuro perché possano essere studiati insieme ai numerosi reperti ceramici. Di questo avviso sono anche gli Ispettori delle Belle Arti giunti da Marsa Matruh che pensano forse di utilizzare l’esercito per il trasporto a Siwa o ad Alessandria. Tutti i reperti sono stati accuratamente fotografati, catalogati e numerati. Ad Alessandria Paolo Gallo scava da tempo sull’isola di Nelson, vicino ad Abuqir. Qui ha trovato tracce di una fortezza di Alessandro Magno e anche resti umani dei marinai dell’ammiraglio inglese, vincitore di Napoleone.

Roberta Venco è reduce da una missione in Iraq: «Le bombe minacciano gli scavi»

La passione spinge gli archeolgi torinesi anche nelle zone più calde delle zone geopolitiche mondiali. Lo fanno quotidianamente e scientificamente secondo il metodo appreso nelle università piemontesi. «L’ Iraq, per esempio, ha un immenso patrimonio archeologico e una nuova guerra aggraverebbe i danni già ingenti provocati dagli scavi clandestini e da chi fa ricerche troppo affrettate, allettato dai premi in denaro promessi da Saddam». È un grido di dolore quello di Roberta Venco Ricciardi, docente in Archeologia iranica all’ università di Torino, reduce da un viaggio nel Nord dell’ Iraq. «Certo - dice l’ archeologa - di fronte alle vite umane a rischio, i reperti archeologici sono poca cosa, ma non passa giorno che un sito non venga depredato. Purtroppo il controllo è quasi impossibile e per combattere la piaga degli scavi illegali, alimentate dalle richieste che arrivano dall’ Occidente, Saddam ha deciso ricompense per chi recupera i reperti e li porta nei musei. Così, purtroppo, accanto ad archeologi scrupolosi, altri, anche semplici operai degli scavi, prendono il primo pezzo che affiora e danneggiano il sito. Dovevo tornare in Iraq a marzo - sospira Roberta Venco Ricciardi - chissà se potrò farlo. E chissà cosa sarà successo nel frattempo.

Certo, è utopistico pensare che le bombe "intelligenti" risparmino le aree di interesse archeologico». Le prime missioni dell’ archeologa torinese risalgono al 1965 e nel suo album di ricordi affiora un Iraq che non c’e’ più: «Tutto è cambiato con la guerra all’ Iran. Prima nel paese iracheno non c’ erano furti, neanche nelle abitazioni, si potevano lasciare le porte aperte e i beni archeologici non correvano rischi. Poi il clima è peggiorato, ma non vi è dubbio che sia stato l’ embargo a creare i danni peggiori: le conseguenze sono state spaventose sul piano sociale. Quando la lotta è per sopravvivere, o per migliorare un pochino la propria condizione di vita, non si pensa certo all’ integritaà di un sito archeologico». Procedono, comunque, i piani per il raddoppio del Museo Archeologico di Baghdad che coinvolgono due enti italo-iracheni, l’ Istituto di archeologia e il Centro per il restauro e la conservazione dei monumenti. Per proteggere l’ edificio dall’ onda d’urto delle bombe, nella capitale irachena è stato costruito un muro di protezione attorno al museo.

Maria Luisa Tibone

 
 
 ©2002. Tutti i diritti sono riservati.