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21.02.2003 - Con Cimino a lezione di cinema
Piccolo e magro in giacchetta e pantaloni attillatissimi, viso roseo, liscio liscio, da bimbo, occhialoni neri, capelli corti, cotonati, gesti misurati, voce bassa, allegra, grandi gentilezza e disponibilità: ecco Michael Cimino, 60 anni, l´autore di film mito come «Il cacciatore» e «I cancelli del cielo». Alle 11,20 compare a Palazzo Nuovo dove, nell´aula 37 del Dams, lo attendono centurie di studenti. Il regista è arrivato nella notte da Bologna, rimarrà ventiquattr'ore ore, ospite del Museo del Cinema.

Siede in cattedra, accanto ad Alberto Barbera, consulente del Museo, l´interprete e Daniele Gaglianone, risponde all´applauso giungendo le mani, portandole alle labbra, alla fronte e inchinandosi verso la trincea di ragazzi e ragazze armati, i più, di macchine fotografiche e telecamerine per immortalare l´eccezionale lezione di cinema che va a cominciare.

Tocca a Daniele Gaglianone introdurre l´ospite: il regista torinese si confessa «emozionatissimo» e ne ha ben donde perché vive un´esperienza chissà quanto sognata quand´era studente e preparava la tesi proprio sull´opera più famosa di Cimino, «I cancelli del cielo». Gaglianone dice di voler porre una domanda, da bravo intellettuale la fa precedere da lunga, colta digressione. Arrivato al nocciolo della questione, chiede all´autore di spiegare le crisi di identità dei personaggi. Cimino annuisce dietro gli occhialoni neri, a proposito, come sarà lo sguardo? manda in sollucchero gli studenti interrogandoli: «Tutti i vostri professori fanno domande così complicate?». Risate, battimani, sorridente imbarazzo di Gaglianone che si dice «spiazzato, però dei sei quesiti che mi ero preparato uno glielo faccio ancora» e interroga sulla «frontiera spirituale». Di nuovo Cimino gioca con la ponderosità della domanda, replica «Perché voler vedere sempre significati dietro cose che significano solo ciò che sono?»: pare divertirsi, lui che raccontano persona coltissima e problematica, a recitare il sempliciotto tetragono all´analisi profonda.

Comunque, il papà del «Cacciatore», di «Una calibro 20 per lo specialista», dell´«Anno del Dragone» ha malia, la sua lezione si protrae per quasi due ore, alla fine lunga è la coda per l´autografo. La giornata del regista procede, dopo il pranzo alle «Otto colonne», con la visita al Museo del cinema e una raffica di interviste all´hotel «Principi di Piemonte» nelle quali Cimino ripete ammirazione e stupore per il Museo, «è stato choccante, ma uno choc meravigliosamente bello, scoprire un´istituzione simile. Non ne avevo mai sentito parlare, da tempo non visitavo un luogo così fantastico. Girare per il Museo è come girare per un´enorme fiera mondiale della magia». Singolare il giudizio sulla Mole. «E´ una struttura antica, che comunica grande forza e dunque è anche brutale. Però, il mondo del cinema la trasforma in qualcos´altro, regalandole la lievità del fantastico». Ride Cimino: «Non so se è stato un omaggio di Alberto (Barbera, ndr) verso di me, ma non volevo credere a quanto vedevo: su un maxischermo scorrevano immagini del mio «Siciliano», (il discusso film su Salvatore Giuliano) con il massacro di Portella della Ginestra, poi ecco comparire la scena di Rosi e del suo "Giuliano" sulla stessa strage. Eccezionale questa comparazione di film diversi sul medesimo argomento, ho visto realizzato un mio sogno: girare, io e cari amici Bertolucci e Polanski, un film ciascuno basato su un´identica sceneggiatura. Sarebbe una meraviglia, certo lo so che costerebbe una fortuna, ecco perché ho parlato di sogno. Che questa utopia sia tornata a deliziarmi alla Mole è la dimostrazione che il vostro Museo è davvero una Fiera mondiale della magia». Dopo l´incontro con il pubblico al Massimo al quale è seguita la proiezione della versione integrale dei «Cancelli del cielo», la cena al «Vintage», poche ore di sonno e il volo a Francoforte, tappa obbligata per il ritorno negli Usa.

Claudio Giacchino

 
 
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