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Torino - 22 maggio 2003
 
 
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21.02.2003 - I tedeschi puntano al made in Italy
Il gruppo Volkswagen cerca altri fornitori in Piemonte, tra i dieci e i quindici. Lo ha confermato Erich Schmitt, membro dell’esecutivo del gruppo di Volksburg ieri a Torino per un incontro con circa 150 aziende della componentistica, in massima parte piemontesi. Commenta Francesco Devalle, presidente del Centro Estero delle Camere di commercio Piemontesi che ha promosso l’incontro: «È un segnale di fiducia nella capacità tecnologica delle aziende del nostro territorio». Proprio ora che alcune potenzialità sono rimaste scoperte a causa della crisi Fiat, il gruppo automobilistico tedesco viene a raccogliere ciò che di meglio c’è sul nostro mercato. «Il nostro compito - spiega Devalle - è proprio quello di facilitare l’incontro tra le parti. Se questi contatti si concluderanno con un dieci per cento di commesse sarà già qualcosa».

Parola d’ordine è la qualità: «Una qualità utile - spiega Ennio Stucchi, consigliere d’amministrazione dell’Ibs di Avigliana -. Non una qualità massima e astratta. Il nostro sforzo è quello di individuare un livello che sia equilibrato al tipo di prodotto. Al di là delle prestazioni e della sicurezza, alcuni dispositivi spesso non vengono colti dal cliente: la Stilo ad esempio ha componenti superiori rispetto a quelli che si aspetta il cliente e che non vengono valorizzati». La Ibs appartiene al gruppo Fontana di Veduggio, che fattura circa 600 milioni di euro con la bulloneria e una strategia già sufficientemente diversificata, un export che pesa per il 55 per cento dei ricavi, per metà concentrata sull’auto e divisa in parti uguali tra Italia, Francia e Germania.

Nella sala di Torino Incontra qualcuno chiede sicurezza sui contratti, sui prezzi e riceve qualche applauso. Ma lo stesso Stucchi smorza: «L’approccio è ormai standardizzato. Con Fiat c’è più nervosismo, dovuto al momento di difficoltà, con Psa c’è più tranquillità. Ma cinque anni fa le parti erano invertite. Semmai una svolta arriverà dalle aste telematiche che spersonalizzano il rapporto tra fornitore e cliente. Ma il problema vero è quello di riconoscere gli sforzi del fornitore che fa ricerca, altrimenti conviene arretrare nel settore delle subforniture e addio innovazione».

Qualità, ricerca, prezzi. Ma forse il nuovo interesse di Volksvagen è anche dettato dalla volontà di mostrarsi un po’ più italiana. In Italia i marchi del gruppo tedesco hanno un successo crescente, nel 2002 sono state vendute 312mila vetture, l’idea che un po’ di questo successo lo costruiamo noi può rendere più accettabile l’ascesa del colosso tedesco. Dice Schmitt: «Vogliamo agire rapidamente. Pensiamo di stringere nuove relazioni in tempi rapidi. Conosco la mentalità italiana e so che le reti bisogna farle nel primo tempo».

La Volkswagen oggi può contare su 237 fornitori italiani di cui l’80 per cento è localizzato nel Nord del Paese. Oltre cento sono in Piemonte. Nel 1995 le commesse Vw erano pari a 350 milioni di euro, oggi sono vicine a 825 milioni e, anche se ieri Schmitt non lo ha confermato, dovrebbero crescere fino a un miliardo di euro. «Le nostre imprese - avverte Devalle - devono imparare a lavorare insieme, creare sinergie, trasformarsi da fornitori di componenti a fornitori di sistemi e moduli».

Eugenio Giudice

 
 
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