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03.03.2003 - La scommessa della Fiat e quella di Torino
PER quegli strani giochi ai quali non di rado, oltre all´uomo, mette mano anche il destino, Torino e la Fiat sono nuovamente in presa diretta. La nomina di Umberto Agnelli alla presidenza del Lingotto ripropone infatti in una versione che non è soltanto d´emergenza quel rapporto tra una città e una famiglia che per oltre un secolo è stato tanto forte da cancellare i confini dei ruoli e delle competenze, confondendoli in un singolare intreccio simbiotico da Companytown unico nel suo genere e nel quale, allo strapotere dell´Azienda, si sono accompagnate sovente la compiacenza e la debolezza delle forze politiche.

Chiuso il doppio interregno di Romiti e Fresco, torna alla guida della Fiat un Agnelli, a conferma che, dopo qualche tentennamento e qualche rischio, ha prevalso la continuità. Umberto Agnelli è un torinese, diverso da come lo è stato suo fratello Gianni, anche se il suo understatement ha stemperato questa torinesità che ora deve tornare a farsi sentire nella vicenda che il Lingotto sta vivendo. È parte del compito che il neopresidente è chiamato ad assolvere, come non lo è mai stato in passato, quando la convinzione che «tutto ciò che era buono per la Fiat era buono per Torino e per l´Italia» era una certezza e come tale scontata. Oggi la scommessa di Umberto Agnelli e della Fiat è anche la scommessa di Torino. Provvedendo a correggere le distorsioni del passato, la storia della città e quella della Fiat sono destinate quindi a procedere di pari passo.

Pur nella continuità, al Lingotto c´è da oggi un interlocutore nuovo col quale il sindaco e il governatore del Piemonte devono riprendere a dialogare. E se due mesi fa la loro richiesta era stata quella di conoscere quale sarebbe stato il grado di impegno dell´azionista di controllo nella soluzione della crisi Fiat, nel momento in cui un altro Agnelli è al timone del Gruppo, è necessario un confronto di verifica. Tanto più che la strada scelta dall´ultimo consiglio di amministrazione del Lingotto per superare le difficoltà, segue un tracciato che incrocia con interessi immediati e diretti di Torino e del Piemonte.

La vendita degli immobili del Lingotto e del Sestriere, per esempio, sono un fatto nuovo che tocca da vicino il riordino e lo sviluppo di Torino e può influire sulle Olimpiadi invernali del 2006.

E non è tutto. È assai probabile che la nuova squadra di Umberto Agnelli debba rivedere il piano industriale e finanziario che la Fiat ha messo in atto nell´autunno del 2002, assumendo impegni col sindacato e con gli enti locali. C´è dunque da verificare se quegli impegni valgono ancora o se, com´è prevedibile, saranno rivisti. Perché in questo secondo caso è bene verificare quali potranno essere gli effetti su Torino e dintorni. E questo, com´è accaduto già nei mesi scorsi, non può lasciare indifferenti i poteri locali, i quali dovranno chiedere al presidente della Fiat se il modello di Torino e del Piemonte che essi hanno in mente si concilia con i nuovi piani del Lingotto.

Dopo la sua nomina, Umberto Agnelli ha dichiarato che per il risanamento e il rilancio della Fiat serve anche il «sostegno del sistema Paese», con esplicito riferimento al ruolo delle istituzioni, delle banche, delle parti sociali. Se ciò è vero, è altrettanto vero che la crisi del Lingotto, la sua perdita di peso nel panorama economico italiano e internazionale ha sensibilmente indebolito la forza di Torino e più in generale del Nord Ovest all´interno di quel «sistema paese» al quale oggi Agnelli si appella. È questo un fenomeno che non sfugge certamente a Chiamparino, il quale è convinto che per rimediare a questa debolezza occorre che altri importanti soggetti, peraltro non estranei alla vicenda Fiat, entrino in gioco ridefinendo il loro ruolo. In particolare uno, il Sanpaolo Imi, al quale oggi il sindaco chiede di fare squadra nella costruzione di una governance locale, nella convinzione che si possa essere una grande banca senza rinunciare a questo impegno. Le istituzioni locali da sole non possono esercitare quel ruolo che dieci anni fa era esercitato dalla Fiat nei confronti del potere centrale. È più ragionevole pensare che ciò possa risultare meno difficile se affrontato non singolarmente dai soggetti interessati. È questo un modo per conquistarsi, meritandolo, il sostegno del «sistema paese». Ed è anche un ottimo argomento per avviare un nuovo dialogo tra istituzioni locali e nuovo vertice della Fiat. Forse anche un´occasione per dimostrare la torinesità in chiave moderna.

Salvatore Tropea

 
 
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